Tonina Pantani: “Jacquelin d’oro nel nome di Marco. Così mio figlio fa ancora il giro del mondo”

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«Con quell’orecchino e l’omaggio di Emilien, Marco ha fatto di nuovo il giro del mondo. Mi ha emozionata». Mamma Tonina Belletti Pantani, 76 anni e una voce al telefono ancora squillante e combattiva, è felice per l’oro e il bronzo vinti dal biahtleta francese Emilien Jacquelin ad Anterselva. Due vittorie che portano indosso, letteralmente, quell’orecchino che il Pirata portava sempre: un piccolo cerchietto in oro bianco diventato simbolo del campione di ciclismo morto il 14 febbraio del 2004. L’atleta francese 30enne che l’ha omaggiato ha vinto ieri, insieme ai compagni di squadra Quentin Fillom Maillet ed Eric Perrot, per la prima volta, la medaglia di specialità davanti a Norvegia e Svezia dopo il terzo posto individuale di domenica.

Signora Belleti Pantani, conosceva Jacquelin?

«Non seguo lo sport da quando mio figlio non c’è più, perciò non sapevo chi fosse. Ma gli ho fatto arrivare l’orecchino tramite un amico comune. Mi è piaciuto da subito».

Perché, non conoscendolo, ha deciso di consegnargli un oggetto tanto prezioso affettivamente?

«Innanzitutto perché era un fan di Marco da quando aveva 3 anni: era andato a vederlo vincere all’Alpe d’Huez da bambino, guardava le videocassette delle gare alla tv e da allora è sempre stato un suo ammiratore. Io sono molto gelosa delle cose di Marco ma il viso pulito e la semplicità di questo ragazzo mi hanno ricordato mio figlio. Un po’ si assomigliano anche, tutti e due pelati, con l’orecchino. Due ragazzi semplici».

Vi siete incontrati?

«Non ancora. Mi ha promesso che verrà a Cesenatico appena la stagione lo permetterà. Anche se aveva già visitato il Museo dedicato a Marco, Spazio Pantani, la scorsa estate. Ma io non me lo ricordavo. Comunque ci siamo visti in videochiamata due volte. Mi ha ringraziata per questo prestito. È un ragazzo molto dolce».

Ma come è arrivato in Francia questo orecchino?

«Il nostro amico comune Sergio Piumetto, che organizza competizioni internazionali: lo ha preso da qui, lo ha portato in gioielleria per farlo lucidare e poi ha guidato fino in Francia – cinque ore per 60 km in mezzo alla neve – per recapitarglielo. Sono stata tanto felice. Domenica scorsa, Sergio è venuto a Cesenatico per assistere alla messa in memoria di Marco, ci siamo scattati una foto per mandarla a Emilien e proprio in quel momento ci hanno detto che aveva preso una medaglia. Così lo abbiamo sentito per congratularci. È stata una grande emozione».

Ventidue anni dopo la morte di Marco i giovani ancora si ricordano di lui. Che effetto le fa?

«Io so che Marco è conosciuto e ricordato in tutto il mondo, anche da giovani e giovanissimi. Sa quanti bambini vengono al cimitero a lasciare dei disegni di pirati sulla sua tomba? Per questo il gesto di Emilien mi è piaciuto: perché così tanti anni dopo è stato un omaggio stupendo: anche senza medaglie, per me aveva già vinto».

Lei come sta, oggi?

«È come se fosse il primo giorno da quando Marco non c’è più. Sono passati ormai ventidue anni, ma per me è sempre lì. Ed è quello che mi ha tenuto in vita. Io mi sono ripromessa di non ammalarmi perché voglio arrivare alla verità. Devo farlo».

Pensa che sia ancora possibile?

«No, non credo. C’è troppa mafia su questa storia. Marco, in quella lettera, lo diceva: “a Campiglio quel giorno non c’era la Madonna. Mi hanno fregato”. Però, gliel’ho promesso sulla sua bara: finché ho vita, ci proverò lo stesso. Ormai, la gente sa com’è andata. Ma non mi accontento. Mi dico che ci devo riuscire, anche se ho speso una marea di soldi ma non me ne frega niente, va bene così. Se otterrò giustizia potrò morire in pace».

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