Viaggio nel nord di Israele, dove Hezbollah fa ancora paura: “L’unica strada è eliminarli”

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«Siamo tornati a due anni fa. Abbiamo dovuto aspettare tanto per tornare a casa, speriamo che non siamo costretti di nuovo a lasciare le nostre città». Doron vive a pochi chilometri a nord da Safed e Rosh Pina, quasi a metà strada tra queste città e il confine con il Libano. Qui ha un piccolo appezzamento di terra dove ha coltivazioni. È fra le migliaia di israeliani che, a causa degli attacchi di Hezbollah al paese ebraico cominciati l’8 ottobre del 2023 lanciato in solidarietà a Hamas dopo il massacro nel sud d’Israele, è stato forzato a lasciare la sua casa per due anni, per poi farvi ritorno alla tregua di novembre f24.

Solo dalla Galilea, all’indomani degli attacchi di Hezbollah, Israele evacuò fino a circa 80mila persone. Oggi invece nessun ordine di evacuazione è stato emesso, anzi, dai vertici politici e militari si chiede di restare, anche mentre l’esercito mette i piedi in Libano. «Sapevamo che allora non sarebbe finita qui – dice – che difficilmente Hezbollah si sarebbe disarmata e che se non si attaccava Teheran, il pericolo contro la nostra esistenza sarebbe sempre restato qui. Ma ci abbiamo sperato, e da due anni quasi avevamo ripreso a vivere quasi normalmente». Safed, Rosh Pina, Rosh Hanikra, le zone del monte Hermon e diverse della Galilea e Golan a nord d’Israele, erano, prima, zone turistiche. Qui tanti venivano a visitare le vigne, le città storiche e gli scavi archeologici, come quelli di Cesarea di Filippo, oggi conosciuta come Banyas, sotto il monte Hermon, erano molto frequentate. A Safed, ancora oggi, sono molti gli ebrei che da tutto il mondo vengono a studiare nelle yeshiva, le scuole religiose, ospitate nelle stradine della città, dove è diffuso il culto e lo studio approfondito della cabbala. In queste città da qualche giorno si sono riaperti tutti i rifugi.

Noam ha una galleria d’arte a Rosh Hanikra, cittadina sulla costa, a picco sul mare, da dove parte anche un tunnel che in passato portava direttamente in Libano, pochi chilometri a nord. «Avevamo ripreso l’attività, stavamo organizzando anche una nuova mostra per dare sensazione di normalità, dopo tutto il tempo che siamo dovuti stare chiusi. Invece siamo ripiombati nell’incertezza. Non sappiamo quanto durerà». Non ve lo aspettavate? «Sapevamo – spiega – che era necessario attaccare l’Iran per porre fine alla vera minaccia contro di noi, visto che sono loro che hanno finanziato e aiutato tutti i gruppi che ci hanno attaccato. Ma speravamo che Hezbollah non si unisse, lo avevano anche detto. In questi quasi due anni di tregua avevamo sperato che il gruppo si fosse davvero non dico disarmato, ma almeno avesse perso molte armi. Mi piacerebbe sapere il governo libanese, l’Unifil e i paesi che hanno garantito per la tregua che ci stanno a fare, che cosa hanno fatto in questo periodo».

Per la strada si vedono colonne militari. In molte zone, l’accesso è impedito. I rifugi pubblici vengono segnalati bene; mentre stiamo viaggiando, gli allarmi sono risuonati più volte. Impossibile raggiungere il monte Hermon, anche la fortezza di Nimrod, l’ex castello crociato. Da qui e da zone vicine, ci sono dei belvedere dai quali si riesce a scorgere anche Damasco, oltre che il Libano. Sono ormai zone militari e le credenziali giornalistiche non servono per attraversarle. La strada 98 che dal nord arriva fino a Gerico, nella parte settentrionale è piena di bunker della guerra dei sei giorni e degli altri conflitti del passato. Fanno comodo anche ora, visti i continui allarmi. In alcuni ci trovo locali.

«È complicato riuscire a gestire il lavoro – spiega Ronen, che lavora in una vigneto nel Golan –, con tutti questi allarmi che ci sono. Già abbiamo avuto diverse perdite a causa della guerra dopo il sette ottobre perché siamo stati evacuati, ed è stato davvero difficile riuscire a non far morire i vigneti. Prima avevamo anche tanti turisti e clienti che venivano a comprare il vino. Ora non sappiamo neanche se sopravviveremo». Non ha paura a stare qui in campo aperto senza rifugio? «E che devo fare? Mica posso buttare anni di vita via. Se devo morire, morirò. Mi sono comprato un elmetto e un giubbotto antiproiettile. Quando suona l’allarme, se sono lontano dal rifugio, mi butto a terra o cerco un altro modo per cercare ricovero e spero che non mi succeda niente. Anche questi vecchi bunker servono. Ma se non togliamo di mezzo quelli di Hezbollah e gli iraniani, questa storia non finirà mai e noi rischiamo di scomparire».

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