Nelle redazioni italiane la parità di genere non è mai esistita ed è ancora al di là da divenire realtà o quantomeno aspirazione condivisa. Nella nuova inchiesta pubblicata su IrpiMedia “Violenze sessuali, molestie e abusi nelle redazioni dei media italiani” le giornaliste Alessia Bisini, Francesca Candioli, Roberta Cavaglià e Stefania Prandi hanno intervistato cento colleghe, assunte e freelance, per indagare il fenomeno della violenza sul lavoro, delle molestie sessuali e delle discriminazioni di genere nei media italiani. Hanno raccontato, in anonimo e senza nessun riferimento alle testate e ai professionisti coinvolti, le discriminazione vissute e in molti casi le gravi conseguenze: tentativi di suicidio, ricorso a psicofarmaci, dimissioni e abbandono della professione.
Violenza sessuale, tentata violenza sessuale come baci forzati e mani addosso, molestie verbali e ricatti sessuali: nel 2% dei casi sono stati editori, nel 43% direttori, mentre nel 26% caporedattori. Il picco degli abusi – 61% – è avvenuto quando le croniste avevano tra i 25 e i 34 anni, il 15% tra i 18 e i 24 anni e il 16% tra i 35 e 44 anni.
Non è la prima volta che si mettono nero su bianco i numeri di discriminazione e abusi. Nel 2019 se ne occupò la Federazione nazionale della stampa italiana con un sondaggio realizzato in collaborazione con la statistica Linda Laura Sabbadini: l’85% delle 1.132 giornaliste che avevano partecipato all’indagine del sindacato dei giornalisti aveva dichiarato di avere subito molestie almeno una volta nel corso della vita professionale. Nel 2024 la testata indipendente IrpiMedia pubblica l’inchiesta “Voi con queste gonnelline mi provocate”, con le testimonianze di 239 studentesse e studenti degli ultimi dieci anni di corsi nelle scuole di giornalismo: un terzo ha raccontato di aver subito discriminazioni, molestie verbali e sessuali.
La «segregazione verticale» e il gender gap al 16 per cento
Il tempo passa, il fenomeno persiste. Anche perché le regole del gioco non sono cambiate. Secondo l’edizione 2025 del report “Sesso è potere” su 35 quotidiani italiani solo due hanno alla guida una direttrice – Nunzia Vallini al Giornale di Brescia e Agnese Pini, che dirige i quotidiani del gruppo Monrif – mentre tutti i telegiornali nazionali sono diretti da uomini. Unica eccezione sono le agenzie di stampa, dove le direttrici sono 4 su 10.
Negli ambienti a maggioranza maschile facile che gli uomini si supportino a vicenda, escludendo la minoranza femminile. Non è qualunquismo. «Il giornalismo fa parte di quel gruppo di mestieri in cui il reclutamento e l’avanzamento di carriera non si basano necessariamente sull’esistenza di titoli o meriti – spiega a IrpiMedia Monia Azzalini, ricercatrice e responsabile del Settore media, prospettive di genere, diversità e inclusione dell’Osservatorio sui media dell’università di Pavia -. Nei settori in cui la progressione di carriera è regolata da criteri molto chiari, come la pubblica amministrazione, infatti, la segregazione verticale si riduce, così come il divario economico di genere».
Per «segregazione verticale» la lettura scientifica intende la «sovrarappresentazione maschile nei livelli gerarchici apicali e quella femminile nelle posizioni subalterne che ostacola l’avanzamento di carriera delle donne». Ostacoli che si traducono in stipendi e pensioni più basse: l’Inps rileva che i giornalisti guadagnano il 16% in più delle colleghe e che il divario si mantiene in tutte le fasce d’età. Lo stesso avviene per i trattamenti pensionistici: in media le pensioni degli uomini raggiungono i 71mila euro, quelle delle donne 48mila euro.
Ma come si può cambiare rotta? «Con un cambio culturale. Bisogna smettere di pensare che le giornaliste che subiscono abusi e molestie siano le prime a dover fare qualcosa, prima di tutto denunciare – commenta la giornalista e scrittrice Stefania Prandi -. La nostra inchiesta tra l’altro dimostra che la denuncia implica una serie di passaggi difficoltosi: riuscire ad avere giustizia è difficile, oltre a essere molto ritraumatizzante per la donna. Il cambio culturale va fatto nelle redazioni, dove resiste un sistema patriarcale che tiene le donne giornaliste in un clima di subordinazione e segregazione. C’è bisogno di alleati, perché anche i colleghi devono smettere di osservare quello che accade intorno a loro senza fare nulla, e di una consapevolezza condivisa anche da parte dalle poche colleghe che nei media hanno raggiunto ruoli di potere».
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