Zagrebelsky: “La rivoluzione di Gobetti senza zone grigie”

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Piero Gobetti, a un secolo dalla morte. Ma se uno lo prendesse adesso, con i suoi anomali vent’anni, e lo mettesse al centro del dibattito pubblico, scoprirebbe quanto avremmo ancora bisogno di lui. Siamo rimasti quelli che siamo sempre stati. Noi italiani, certo, anche se non da soli. Quelli che saltano sul carro del vincitore, quelli che “così fan tutti”, quelli che cambiano più idee che camicie, quelli che assecondano lo spirito del tempo, anche se è uno spirito avvelenato. Siamo molli, pigri, infastiditi dalle élite, dalle competenze, dal rigore, dalla coerenza. Che differenza c’è tra il mondo di Trump e Meloni e quello che portò alla Seconda guerra mondiale? Che cosa lega gli incidenti di Askatasuna e il pensiero debole degli intellettuali contemporanei? Perché non siamo più capaci di pensiero collettivo e condiviso? Ne parlo con Gustavo Zagrebelsky che questa mattina, a Torino, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, apre ufficialmente le celebrazioni gobettiane.

Professor Zagrebelsky, chi era Piero Gobetti?
«Un giovane passato come un lampo, che ha rappresentato e rappresenta un modello duraturo. Norberto Bobbio, pensi un po’, l’ha collocato tra i “maggiori suoi”. Vale la pena conoscerlo, anche e soprattutto oggi».

Il fanciullo miracoloso. L’antifascista che fonda Energie Nove a 17 anni e muore esule a Parigi a 25.
«Molto si è detto sulla sua bruciante passione politica e intellettuale, unita all’enorme capacità di studio e di organizzazione culturale. Ventenne, quando per lo più si è considerati ancora dei dilettanti apprendisti, magari di belle speranze, Gobetti intratteneva rapporti a tu per tu, per esempio, con Salvemini, Croce, Prezzolini».

Un politico bambino?
«Direi così: uno che si dedicò a un compito altamente politico, dissodare il terreno per seminare uno spirito nazionale nuovo, liberato dai mali di cui lei ha parlato introducendo questo nostro colloquio e che condensava nel “giolittismo”, il regime d’ogni compromesso. Non un’anti-Italia, ma certamente un’altra-Italia, diversa da quella che vedeva davanti a sé. Due celebri formule gobettiane sintetizzano perfettamente la sua posizione: l’una, il fascismo come autobiografia della nazione; l’altra, l’essere esule in patria».

Un antifascista che parla di patria.
«Sì. Ma il suo non era un concetto chiuso, nazionalista, provinciale. Al contrario: l’Italia doveva recuperare un ritardo storico. La sua parola d’ordine era “rivoluzione liberale”, il contrario della “rivoluzione fascista”, che si fregiava di un termine – rivoluzione – ma era piuttosto un’involuzione».

Fa venire in mente Giorgia Meloni che definisce anti-italiano chi protesta contro le Olimpiadi di Milano-Cortina.
«Questo è un modo di pensare non patriottico ma patriottardo, conseguenza di un’implicita idea totalitaria. La totalità non tollera chi dissente. Il dissenziente contraddice la totalità. Se la patria ha da essere un tutt’uno, chi non si adegua non è degno di appartenervi. È un ramo secco, meritevole d’essere tagliato e buttato. C’è violenza, non appartenenza, in questo modo di pensare».

Adeguarsi all’andazzo è sempre di gran moda.
«Dice? La propensione all’adeguamento, per rassegnazione o per interesse, è sempre esistita, esiste ed esisterà sempre ed alimenterà quella che un tempo si chiamava “la palude”. Tuttavia, insieme a questo, c’è anche il contrario. Per quel che si vede c’è in giro anche il desiderio di valutare le cose in autonomia, con i propri occhi e non come le fanno vedere; c’è il bisogno di rinnovamento, di apertura ai problemi e ai drammi del mondo. In altri termini: un bisogno di libertà che mobilita molte energie. Gobetti non si sarebbe tirato indietro».

A lei piacciono le Olimpiadi?
«Molto. Ma non le considero un vertice di orgoglio patriottico. Ci sono tante altre cose che vengono prima, che la Costituzione elenca e che richiedono tante energie e tante risorse: lavoro, protezione sociale, sanità, istruzione, sicurezza di condizioni di vita. Lei dirà: che noia! Ma chieda agli abitanti di Bisceglie se le Olimpiadi sono in testa alle loro preoccupazioni. L’orgoglio nazionale, lo vedrei piuttosto nella protezione prioritaria di quelle altre cose, meno divertenti ma forse più importanti».

Torniamo a Gobetti. Che eredità ci ha lasciato?
«Per prima cosa, il rigore espresso nel suo antifascismo radicale e nel bisogno impellente di agire per un risveglio collettivo che, a suo dire, neppure il Risorgimento ha saputo fare».

Perché?
«L’unità d’Italia fu un portato della monarchia, non una presa di coscienza collettiva. In Risorgimento senza eroi troviamo una spietata rassegna dei protagonisti dell’unificazione nazionale. A Gobetti molti di quegli eroi non piacevano; ancor meno gli epigoni del suo tempo. Dei mazziniani, per esempio, al tempo del “listone” fascista per le elezioni del 1924, scrive: “neanche a farlo apposta tutti i più noiosi scocciatori del nostro politicantismo hanno incominciato con Mazzini”. Del Risorgimento, salvava Cattaneo e Cavour, animatori di energie».

Neppure negli anni del suo impegno, tra il 1918 e il 1925, il pensiero rigoroso ebbe successo.
«Erano anni di smarrimento, anche tra gli “intellettuali”: il biennio rosso, l’occupazione delle fabbriche, la violenza di classe, il comunismo internazionale. La confusione era enorme e, prima o poi, finì per annebbiare il pensiero di molti. Non quello di Gobetti, che rimase sé stesso».

Chi rimase annebbiato?
«Nomi che, oggi, ai più non dicono niente, ma che allora erano importanti: tra quelli, Malaparte, Ansaldo, Papini. Se ne andarono per conto loro sulla base dell’idea che, per essere vivi, non c’era altra possibilità che ascoltare il richiamo della Storia e partecipare al suo movimento. Il “movimento” era il fascismo. Diversamente, saresti stato solo un’inutile “anima bella”. Prezzolini, con il quale Gobetti ebbe un rapporto intenso, si ritirò in sé stesso».

Prezzolini, però, era al capezzale di Gobetti quando morì a Parigi.
«Prezzolini aveva quasi vent’anni più di Gobetti, ma c’era un legame personale tra i due che, evidentemente, trascendeva le posizioni politiche».

Prezzolini aveva teorizzato il ruolo degli apoti, quelli che non la bevono ma, a differenza di Gobetti, era rimasto a guardare.
«Un’elegante dichiarazione di neutralità, mascherata da superiorità rispetto alle miserie della politica. Ma, quando il mondo è diviso in due, se non stai con nessuno, finisci per stare, comunque, dalla parte del più forte».

Vale anche oggi?
«Vale sempre. Prezzolini, in seguito, riconoscerà di aver mancato di coraggio. Gobetti fu l’esatto contrario: espresse nel modo più chiaro la posizione di chi non si adegua. Di chi ha una concezione etica e politica che rifiuta compromessi su questo piano».

Professore, che cosa intende Gobetti per rivoluzione liberale?
«Una rivoluzione liberatrice di energie, per la rigenerazione dell’Italia attraverso la formazione di un’élite intellettuale alleata a forze sociali vive e modernizzatrici: gli operai del Lingotto, per esempio. Era la via per non cadere in ciò che si chiamava “astrattismo”. Doveva esserci uno scambio, un’interazione. Non un’immedesimazione organica. Su questo, tra Gobetti e Gramsci, che pure si stimavano (Gobetti collaborò a L’Ordine nuovo di Gramsci) c’era differenza».

Esiste ancora la borghesia intellettuale, in particolare a Torino?
«Difficile a dirsi. A fine Ottocento e poi nel Novecento, in Piemonte esisteva una borghesia di stampo calvinista con proiezioni sociali. Pensi alla Olivetti, alla Fiat, alle filande spesso promosse da imprenditori svizzeri. Pensi ai villaggi operai, alla vita culturale che spesso vi si svolgeva a favore dei lavoratori e delle popolazioni».

Erano gli anni della prima industrializzazione.
«C’era il grande impegno dei filatoi, poi è arrivata la famiglia Agnelli, che ha continuato sulla strada dell’impegno civile. Certo, la borghesia aveva a che fare con i suoi interessi economici, ma non solo. Aveva una visione di sé, magari paternalistica, ma certo non gretta».

Oggi?
«Un’altra cosa. L’impressione è che a Torino la borghesia del pensiero sia identificabile con un residuo di intellighenzia che fa capo all’Università, al Politecnico, all’Accademie delle scienze, alla casa editrice Einaudi, alle tante librerie o al Circolo dei lettori, alle associazioni professionali. Ma il loro peso è diminuito».

Quando lo hanno perso?
«Con gli anni. Pensi a Gobetti e Gramsci, per l’appunto. E poi alla generazione del Liceo D’Azeglio, a Salvatorelli, Jemolo, Galante Garrone, Bobbio che, secondo Ezio Mauro, hanno rappresentato una sorta di CLN a La Stampa. Prima di morire mi piacerebbe vedere la rinascita di qualcosa del genere».

Omogeneità di pensiero pur nelle differenze.
«Torino teneva insieme molte esperienze culturali. Quella risorgimentale andava di pari passo con l’orgoglio della vecchia capitale e, poi, naturalmente, c’era la sensibilità laica e quella cattolico-sociale. Insomma, c’era un orgoglio culturale da difendere».

Non c’è più?
«Oggi, mi pare, ognuno per sé e una cultura che non fa massa».

Il suo richiamo sembra la premessa di un nuovo manifesto politico.
«Prima che politico, direi culturale. Per non cadere nell’orrenda situazione di chi pensa secondo lo slogan “non c’è alternativa” e si rifugia nell’accidia».

Gobetti avrebbe giustificato gli scontri di Torino?
«No».

Me lo spiega?
«Aborriva la violenza, di cui lui stesso fu vittima. Amava la costruzione, non la distruzione. I “bei gesti” anarcoidi, li considerava romanticherie senza sbocco e irresponsabili. Diciamo, con un apparente ossimoro: astrattismo violento. Ci può essere una zona grigia, ma certo lui non vi avrebbe fatto parte».

Come fa ad esserne sicuro?
«Lo sono perché Gobetti cercava un appoggio storico concreto alle sue idee. Ammirava la classe operaia, solidale e capace di auto-organizzarsi. La violenza non è espressione di forza feconda, ma solo di brutalità. Penso che avrebbe visto con orrore il balletto improvvisato da quelle due sagome in nero, davanti alle fiamme del falò».

Lei, che cosa ci ha visto?
«Il gusto estetico di un gesto fine a sé stesso. Gobetti non era un situazionista e tanto meno un futurista».

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