“Il mio tempo vale più del tuo”: se il ritardo è una crepa nelle relazioni di coppia (e non solo)

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Francesca, nome di fantasia, arrivava sempre in ritardo. Al lavoro, agli appuntamenti di lavoro o amorosi, in palestra. Sempre.

Eppure era più che convinta di impegnarsi molto per non esserlo. Sostiene, quando è obbligata a scusarsi, che il suo ritardo non dipende da lei perché il suo rapporto con il tempo è sempre stato complicato e ingarbugliato.

Più tentava di velocizzare il tutto, più rallentava: si confondeva, smarriva le chiavi di casa, dell’auto, si scollava dalla realtà con le notifiche del cellulare.

Ogni volta che doveva recarsi da un posto a un altro era perennemente in affanno. Non calcolava bene i tempi, gli eventuali intoppi che avrebbe potuto incontrare durante il percorso, non si organizzava in maniera armoniosa e funzionale. Era una sua caratteristica, diceva a chi la rimproverava aspramente.

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I fidanzati che Francesca aveva avuto nel corso della vita si erano sempre lamentati del suo modus vivendi, che diventava la causa delle inevitabili mareggiate amorose.

La scorsa settimana, per esempio, Francesca ha totalmente dimenticato di avere un appuntamento con Andrea, anch’esso nome di fantasia, suo fidanzato.

Quando ha ricevuto il primo messaggio che non ha sentito e poi il secondo e poi un audio con voce adirata e irritata, Francesca ha capito di essere in ritardo e ha iniziato a prepararsi di gran fretta. Nel tentare di velocizzare le solite procedure – doccia, jeans, trucco -, rallentava ancora di più.

Quando è arrivata al ristorante dove avrebbe dovuto trovare Andrea, dopo ben un’ora e trenta di ritardo, al suo posto ha trovato un biglietto con scritto: “sono stanco di essere dimenticato. La nostra storia termina qui”.

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Il mio tempo vale più del tuo

In fondo, chi arriva in ritardo è come se inviasse a chi aspetta questo messaggio subliminale: “il mio tempo vale più del tuo”.

Chi subisce un ritardo – quando il ritardo non è occasionale ma una modalità di relazione -, lo vive come una profonda mancanza di rispetto. Si sente trascurato, oltraggiato, dimenticato.

Il tempo in amore è un indicatore di qualità del legame. Due partner innamorati tendono a condividere il loro tempo perché hanno piacere di fare delle cose insieme. Non ritardano e non dimenticano gli appuntamenti.

Ogni partner è accorto alle esigenze dell’altro e tenta di non offenderlo o deluderlo. Quando la relazione manifesta i primi segni di anemia, il rapporto con il tempo, e anche con lo spazio, cambia.

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Carolina, per esempio, quando si è perdutamente innamorata di Fabio, nomi entrambi di fantasia, lo aspettava ogni mattina, alle sette, sotto casa sua. Andavamo a fare colazione insieme in un piccolo forno che faceva il pane alle noci più buono della città, chiacchieravano, passeggiavano, anche sotto la pioggia, si raccontavano i rispettivi sogni notturni, si baciavano con dolcezza e passione. Dopo questo rituale, entrambi iniziavano le rispettive giornate.

Dopo sei mesi, è apparsa la prima importante crisi di coppia ed è subito cambiato il rapporto con il tempo e con lo spazio, sono cambiate le abitudini ed è venuta meno la puntualità. Fabio, in piena crisi, iniziava ad arrivare al loro solito appuntamento di inizio giornata in ritardo. Durante le settime successive, il ritardo è peggiorato per trasformarsi in dimenticanza e poi in assenza.

Dopo quattro mesi Carolina e Fabio si sono lasciati.

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Il ritardo che irrita

Che si tratti del ritardo di un paziente nei confronti di un medico, di un medico che lascia un paziente nella sala d’attesa ad aspettare ad oltranza, di un ritardo tra amici o parenti, tra genitori e figli, non è mai un bel sentire. Regala la sgradevole sensazione di essere un numero e non una persona.

Il ritardo nell’era digitale

La tecnologia è entrata a far parte del nostro modo di comunicare, si è estesa alla vita di relazione e anche all’amore. Accorcia le distanze, talvolta anche troppo, entra a gamba tesa nelle nostre vite, ci rende sempre raggiungibili e ci consegna all’efficienza estrema e allo stress cronico.

Grazie o per colpa di Whatsapp e del suo malsano utilizzo, abbiamo sdoganato l’idea che avvisare equivalga ad essere puntuali. Come se la comunicazione del ritardo annullasse il ritardo stesso e fosse in grado di lenire quella sgradevole sensazione di chi aspetta, parcheggiato da qualche parte.

Francesca, per esempio, aveva un messaggio pronto e ben custodito nelle note del suo cellulare che copiava e incollava tutte le volte che le necessitava, praticamente sempre.

Modificava il nome, l’introduzione e lo brandiva come arma per giustificare il suo perenne ritardo.

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Il condono digitale

Whatsapp con le sue doppie spunte e immediatezza della comunicazione ha regalato l’illusione che un messaggio inviato a ritardo conclamato cancelli il ritardo stesso. A me capita spesso che alcuni pazienti mi scrivano quando stanno per arrivare, mi comunichino che non riescono a parcheggiare o che sono ancora bloccati a un semaforo, che scrivano alle sei del mattino perché un pensiero li attanaglia e non vogliono smarrirlo, mostrando un bisogno estremo di dilatare il tempo e lo spazio dei nostri incontri.

Con immensa fatica e garbo spiego loro che non adopero Whatsapp per lavorare e che se dovessimo darci un appuntamento anche tra sei mesi io ci sarò, senza promemoria, messaggi propedeutici o altro.

La puntualità è l’ingrediente segreto delle relazioni che funzionano.

Il setting: lo spazio-tempo in terapia

Nelle relazioni di cura, il setting terapeutico non fa soltanto da cornice all’incontro con il paziente, ma diventa una vera e propria membrana che protegge e rende possibile la cura. È lo spazio, fisico e mentale, dove il caos interiore del paziente viene accolto e trasformato in significato, e i sintomi diventano parole.

Lo spazio dello studio – in presenza o da remoto – delimita ciò che accade dentro il paziente da ciò che accade fuori da lui, la vita sociale e di relazione.

È un luogo neutro ma accogliete, curato dal professionista, privo di giudizio, dove ogni emozione ha diritto di asilo politico e di cittadinanza.

I messaggi Whatsapp, gli audio, le comunicazioni extra, a meno che non succeda qualcosa o si abbia la necessità di spostare un appuntamento all’improvviso, disturbano e deturpano la sacralità di un incontro.

La distanza fisica tra terapeuta e paziente – personalmente amo dare sempre del lei – incarna la giusta distanza dal mondo dell’altro, assolutamente necessaria per andare in profondità nel mondo interno del paziente o coppia come paziente.

La puntualità, in questo processo così delicato ma potente, è indispensabile.

Rispettare l’orario non è soltanto un segnale inequivocabile di buona educazione ma comunica rispetto e affidabilità, elementi centrali per chi ha subito un trauma o un abbandono, per chi non si fida o è scorticato dal mondo esterno.

Chi aspetta

Chi scrive e comunica il ritardo, giustificandosi e giustificandolo, si sente a posto con la propria coscienza perché ha avvisato.

Chi riceve il messaggio rimane bloccato nel limbo dell’immobilismo e dell’attesa. Il messaggio non restituisce il tempo perduto, non placa la tensione, sposta soltanto l’irritazione dal non sapere al dover accettare.

Paradossalmente, proprio perché siamo sempre connessi, il ritardo è diventato meno scusabile, ma sempre più frequente. Le notifiche diventano una sorta di paracadute, di strategia per creare un legame-non legame prima dell’incontro che verrà, ovviamente in ritardo.

Prima dei cellulari, il ritardo abitava nella terra del rischio calcolato: se non si arrivava in tempo, l’altro andava via. C’era un patto tacito di fiducia scaldato dalla buona educazione.

Oggi, la notifica digitale funge da guinzaglio elettronico: obbliga all’attesa perché il messaggio che comunica il ritardo dovrebbe anche giustificarlo.

La gestione delle aspettative: il tempo monocronico, il tempo policronico e la crisi di coppia

Esistono due culture molto diverse nel rapporto con il tempo, che nelle coppie entrano in conflitto.

Chi ha sposato o interiorizzato – perché lo ha respirato durante l’infanzia facendolo proprio – il tempo monocronico è una persona estremamente puntuale.

Per lui o lei, il tempo è lineare e rigido. Un appuntamento alle ore quindici significa alle ore quindici, non prima e nemmeno dopo, ed esige in cuor suo che il partner sia come lui e si adegui ai suoi bisogni.

Chi, invece, ha sposato il tempo policronico vede e vive il tempo come fluido. Un appuntamento per le ore quindici significa nella fascia oraria che va dalle quindici alle sedici, atteggiamento che irrita profondamente il partner, gli amici, i colleghi, i datori di lavoro, chi ha un concetto del tempo più lineare e rigido.

I problemi amorosi sorgono quando i partner hanno stili temporali diversi e non ne sono a conoscenza.

Un partner monocronico percepisce il partner policronico come disorganizzato, inaffidabile o poco interessato alla relazione, a causa dei ritardi o della mancanza di una programmazione rispettosa e puntuale si sente trascurato e oltraggiato.

Un partner policronico può percepire il partner monocronico come rigido, ossessivo e incapace di rilassarsi, a causa della sua insistenza e intransigenza sulla puntualità e sugli orari rigidi.

La puntualità in amore

Abbiamo barattato la puntualità con la reperibilità, come se un messaggio di scuse su uno schermo possa arrestare l’orologio di chi aspetta.

WhatsApp non è una macchina del tempo, non è presenza, non è un abbraccio: informa del disservizio, ma non ha funzioni riparative, anzi, talvolta è irritante e disturbante.

Un appuntamento è il tempo dell’incontro. Rispettarlo, averne cura, abitarlo prima con la fantasia e poi con il corpo equivale a desiderarlo e fare in modo che accada nel migliore dei modi possibili.

Avvisare del ritardo non è una forma di rispetto, è solo la cronaca di una mancanza.

Questo articolo è stato scritto in esclusiva per La Stampa da Valeria Randone, psicologo e sessuologo clinico a Catania, Milano e online (www.valeriarandone.it) e autrice del libro “L’aggiustatrice di cuori – Le parole che riparano”

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