Burghof: “In caso di fusione Unicredit-Commerzbank, logico il trasferimento in Germania”

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«L’operazione solleva interrogativi importanti sul futuro del sistema bancario europeo». Ne è convinto Hans-Peter Burghof, professore di Banking and Finance all’Università di Hohenheim (Stoccarda), che analizza il tentativo di Unicredit di rafforzare la propria presenza in Germania attraverso Commerzbank e le possibili implicazioni per il sistema finanziario tedesco.

La scalata di Unicredit soprattutto una mossa industriale o anche strategica e politica nel panorama bancario europeo?

«Unicredit ha già compiuto un passo strategico molto importante in un altro mercato europeo quando nel 2005 ha acquisito la banca Hvb di Monaco, allora la seconda più grande in Germania. L’operazione attuale ha però un obiettivo diverso: a causa della forte concorrenza, i profitti delle banche tedesche sono relativamente bassi. L’acquisizione di un concorrente importante potrebbe consentire di aumentare i prezzi e quindi i margini».

Quali vantaggi e quali rischi vede in una possibile integrazione tra le due banche?

«La fusione potrebbe generare sinergie e quindi alcuni guadagni di efficienza. Tuttavia l’effetto complessivo sarebbe positivo solo se la maggiore complessità potrà essere gestita senza troppo personale aggiuntivo o costi elevati. Il rischio principale, dal punto di vista tedesco, è perdere uno dei principali fornitori di relationship banking per le imprese di medie dimensioni. La fusione potrebbe quindi ridurre la concorrenza e limitare la disponibilità di credito in un segmento centrale dell’economia tedesca».

Quali sono i principali ostacoli a un’operazione di questo tipo?
«Le autorità regolatorie e della concorrenza non sembrano opporsi alla fusione prospettata, anche se personalmente ho qualche dubbio. Mi chiedo se creare banche sempre più grandi sia davvero la risposta al problema del rischio sistemico e del “too big to fail”. Inoltre l’operazione mira chiaramente a ridurre la concorrenza in alcuni segmenti di mercato. Tuttavia gli ostacoli principali sono politici: il governo tedesco si è espresso contro la fusione, i sindacati la contrastano e molti clienti aziendali di Commerzbank non apprezzano l’idea».

Alcuni osservatori ipotizzano che, nel lungo periodo, Unicredit possa addirittura trasferire la propria sede in Germania. È uno scenario realistico?
«Sarebbe un passo logico. Dopo una fusione, la Germania contribuirebbe ai profitti complessivi del gruppo quanto l’Italia. Se si guardano prestiti e depositi, il peso della Germania sarebbe più che doppio rispetto a quello italiano. Aggiungendo l’Austria, area di lingua tedesca, il cambiamento sarebbe ancora più evidente. Se Orcel non intende ridurre drasticamente le attività in Germania, dovrà tenerne conto nella gestione del gruppo. Non si può però escludere una strategia opposta, con forti tagli e una selezione molto dura della clientela per ottenere profitti elevati nel breve periodo, con effetti potenzialmente devastanti per l’economia tedesca».

Quanto pesa il tema della sovranità finanziaria nel dibattito tedesco?
«Francoforte si considera il principale centro finanziario dell’Europa continentale e Commerzbank, con i suoi forti legami locali, svolge un ruolo centrale. Ma Francoforte compete con altri centri per la leadership. Se Unicredit acquisisse Commerzbank restando in Italia, è probabile che questa partita venga persa, perché le decisioni finanziarie più importanti verrebbero prese altrove. Per molti questo rappresenterebbe una perdita significativa di sovranità finanziaria».

Ritiene che il futuro del settore bancario europeo passi inevitabilmente da grandi fusioni transfrontaliere?
«Personalmente ho una grande simpatia per le piccole banche. Non rappresentano un rischio sistemico per la stabilità finanziaria e sono più vicine ai clienti e alle loro esigenze. È impegnativo organizzare un sistema efficiente basato su istituti più piccoli, ma esistono buoni esempi e non c’è prova scientifica che le grandi banche siano più efficienti. Certamente servono anche grandi banche, alcuni veri campioni europei. Ma molta attività bancaria resta locale, perché si basa su relazioni personali e reti territoriali. Il mio auspicio è che una vera proporzionalità nella regolamentazione bancaria europea consenta la coesistenza di diversi modelli di banca di successo».

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