Dall’attentato al complotto il passo è breve. Sabato notte è stato fulmineo. Cole Thomas Allen aveva appena tentato di fare irruzione al pranzo di gala dei corrispondenti della Casa Bianca. Decine di milioni avevano assistito, in diretta, al panico in sala, con spari fuori della porta, agenti comparsi subito in tenuta da battaglia, Presidente e Vicepresidente fatti rapidamente evacuare senza complimenti, tutti a buttarsi per terra – da manuale. E c’era già chi si domandava: è una messa in scena? Il termine (“staged”) è passato subito a dominare i social media.
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Dopo il rituale «come stai?», chi era in sala se lo è sentito chiedere persino da amici e familiari. Come se quanto visto sullo schermo, ma pur sempre con i propri occhi, non convincesse, quindi «ma cosa è veramente successo?». La realtà non basta. Non da sola. Ci vuole il complotto. Alle teorie di che complotto non c’è poi limite. Le risparmio all’intelligenza del lettore.
Se la calunnia è un venticello, il complottismo è un ciclone. Con una caratteristica in comune: nessun bisogno di prova, la prova si da per autocertificazione. Col complottismo, i social media fanno poi il resto. Lo trasformano poi in una realtà alternativa a quella sotto gli occhi di tutti. Con un triplice pericolo, evidenziato proprio dall’attentato, o tentato attentato dell’Hilton: all’informazione; alla democrazia; alla coesione della società civile.
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La ricerca di trame oscure, nazionali o straniere, dietro la mano di Cole Thomas Allen rivela una profonda, si direbbe incrollabile sfiducia, non soltanto nei politici – che non sono mai beniamini delle opinioni pubbliche – ma nel “quarto potere”, la libera informazione, che dovrebbe fare da correttivo e tenerli in riga.
All’Hilton c’erano tutti: giornali e tv, carta stampata e servizi online, americani e stranieri. E tutti ne hanno fatto lo stesso racconto, dell’insensato attacco di un “lupo solitario”. Se invece complotto c’è stato, delle due l’una: o ne sono tutti complici o ne sono tutti incompetenti vittime. Nell’una come nell’altra l’informazione classica – tv, radio, giornali, siti – vale zero. Il mondo è in preda di una congiura oscura.
Ma se la libertà d’informazione è inutile, anzi fuorviante e/o inetta, cosa resta della democrazia liberale di cui fa da pilastro, nel caso americano come fondamentale componente esterna del sistema di “checks and balances” fra i tre poteri, esecutivo, legislativo, giudiziario? Chi crede nei complotti non può aver fiducia in una democrazia ostaggio di poteri oscuri. Che, ultimo tassello, impediscono che si crei una base di consenso nella società, divisa fra chi complotta e chi ne è vittima. L’emergenza unisce, come avvenne in America all’indomani dell’11 settembre, il complottismo spacca.
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Immediatamente dopo l’attentato Donald Trump ha avuto una reazione unificante. È durata sì e no 24 ore. All’indomani era già tornato ad attaccare i mezzi d’informazione e a capitalizzare sull’evento con un misto di spavalderia e di calcolo – per sostenere la necessità della nuova gigantesca ala della Casa Bianca che intende costruire. Da buon affarista approfitta di qualsiasi favorevole congiuntura.
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Strumentalizzando l’attentato dell’Hilton a favore della nuova “East Wing” della Casa Bianca, egli ignora però due questioni fondamentali. Una, immediata, di inadeguatezza delle misure di sicurezza: Cole Thomas Allen non sarebbe mai dovuto arrivare quasi alla soglia della sala con in mano due armi da fuoco e coltelli. È andata bene ma poteva andar peggio – se non per Trump e gli altri bersagli, per agenti e partecipanti in sala. Due, l’irrompere della violenza politica in America: tre attentati contro Trump; Melissa Hortman e John Hoffman, con rispettivi coniugi, in Minnesota; Charlie Kirk. A rimarginare queste ferite nel tessuto americano non sarà Donald Trump, che proprio al memoriale di quest’ultimo disse «io odio chi mi si oppone».
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