Colpo di scena: al Quirinale è venuto più di un dubbio sulla grazia concessa a Nicole Minetti, la famosa igienista dentale di Milano che vent’anni fa entrò nelle grazie di Silvio Berlusconi, divenne consigliere regionale, fu grande parte del caso della minorenne marocchina Ruby, e che ora (con i tempi biblici della giustizia italiana) avrebbe dovuto scontare una pena di 3 anni e 11 mesi per peculato e favoreggiamento della prostituzione.
Grazia concessa dal Capo dello Stato per motivi umanitari, dovendo la signora Minetti accudire un figlio con gravi problemi di salute. Sennonché la storia non sembra proprio come è dipinta nelle carte. E a questo punto Sergio Mattarella vuole vederci chiaro. Con ciò creando un maremoto. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che aveva istruito la pratica poi portata all’attenzione del Quirinale, ha avviato accertamenti e nel giro di poche ore afferma «che nessuno degli elementi negativi presentati in recenti articoli di stampa consta agli atti della procedura». Ma ovviamente non finisce qui e il cerino viene girato alla procura generale di Milano, che aveva dato parere favorevole. Sempre il ministero si fa scudo di quel parere favorevole, spiegando che «in assenza di elementi di connotazione negativa a carico della Minetti, analogo parere della competente direzione del ministero della Giustizia (era stato, ndr) trasmesso alla Presidenza».
DOMANDE E RISPOSTE
Dalla domanda ai pareri: come funziona la grazia e perché può essere revocata
NICCOLO’ CARRATELLI

La procura generale di Milano a sua volta è comprensibilmente in allarme, e si dice in attesa di una delega dal ministero per ulteriori accertamenti all’estero. Il sostituto procuratore della Corte d’Appello di Milano, Gaetano Brusa, spiega che «la procedura riguardante la richiesta di grazia ci è arrivata dal ministero a fine 2025. Sulla base di quanto chiesto, il quadro era completo e non emergevano dati anomali. L’acquisizione documentale è avvenuta attraverso i riscontri sanitari dei carabinieri».
Tutto ha avuto inizio con una clamorosa lettera che la Presidenza della Repubblica ha inviato al ministero della Giustizia per chiedere chiarimenti sulle notizie di stampa «in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza».

Si riferisce a Il Fatto quotidiano. Con due acuminati articoli d’inchiesta – seguiti alle anticipazioni di Mi manda RaiTre, che l’11 aprile aveva rivelato la decisione del Colle di concedere la grazia – il giornale diretto da Marco Travaglio ha presentato tutta un’altra storia. E dunque. Il bambino adottato in Uruguay da Nicole Minetti e dal suo compagno, il ricchissimo imprenditore veneziano Giuseppe Cipriani, erede della dinastia che fondò l’Harry’s Bar, non sarebbe affatto un orfano, ma al contrario ha una madre e un padre biologici, tant’è che la coppia italiana (inizialmente solo affidataria) nel 2023 avrebbe vinto una causa per farli decadere dalla potestà genitoriale e ottenere l’adozione. I gravi problemi di salute non sarebbero poi così gravi se il bimbo può scorrazzare al parco, a Milano, come da recenti foto che circolano sui rotocalchi. E comunque se nel 2021 è stato operato al Boston Children Hospital, non risulta – come affermato dai legali – che ci sarebbero stati dinieghi al San Raffaele di Milano oppure all’ospedale di Padova.

Un enorme pasticcio che sta causando imbarazzi politici e istituzionali. Sembra quasi di essere tornati al 1985, quando l’allora Presidente, Sandro Pertini, firmò la grazia a Fiora Pirri (Brigate rosse) e poi, nel pieno delle polemiche, disse di essere stato male informato. Da allora, però, molta acqua è passata sotto i ponti. C’è una sentenza della Corte costituzionale del 2006, all’acme di uno scontro istituzionale tra l’allora Presidente, Carlo Azeglio Ciampi, e il ministro Roberto Castelli, perché il primo voleva concedere la grazia a Ovidio Bompressi (Lotta continua) e il secondo si rifiutava di controfirmare l’atto, e ora il procedimento è molto più chiaro: l’istruttoria preliminare è competenza del ministro di Giustizia, la decisione finale spetta al Capo dello Stato.
La questione è subito diventata politica. Negli ambienti di maggioranza si oscilla tra chi pensa all’errore della magistratura milanese e chi a una svista dell’ex capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi. Quasi nessuno crede che sia tutto in regola, con buona pace di Minetti stessa, che ieri ha tentato di fermare la valanga: «Le informazioni diffuse sono prive di fondamento e gravemente lesive della mia reputazione personale e familiare».
Deborah Serracchiani, Pd, ha chiesto le dimissioni del ministro. E lui, Nordio, le ha risposto piccato: «L’onorevole Serracchiani avrebbe dovuto rileggere, visto che è laureata in giurisprudenza, l’art 681 del codice di procedura penale sui provvedimenti relativi alla grazia». Giusto per dire che chi firma, alla fine, è il Capo dello Stato
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