Sergio Mattarella non poteva far finta di niente. Impossibile ignorare che proprio lui, con la sua immagine immacolata, con il suo stile di vita irreprensibile (mai una cena fuori, mai un salotto o un avvistamento mondano), con il suo senso tormentato della giustizia si trova da giorni alla sbarra dei talk-show, nel mirino dei social, in pasto ai leoni da tastiera i quali gli rimproverano di aver concesso la grazia a una «favorita» del Cav, di averne ignorato il marchio infamante e – insomma – di avere abboccato all’amo per un eccesso di bontà evangelica: credendo alla parabola della Maria Maddalena che si pente delle dissolutezze di quando aveva vent’anni e finalmente sceglie la retta via, tanto che adesso svolge sano volontariato, addirittura adotta un bambino in difficoltà. Salvo apprendere dal Fatto quotidiano che si tratterebbe piuttosto di una Ghisleine Maxwell (la complice del finanziare pedofilo Jeoffrey Epstein) sotto mentite spoglie. Di qui la domanda: nel dubbio della sua coscienza, perché Mattarella non ha svolto qualche doverosa indagine prima di consegnare a Nicole Minetti il diploma della redenzione?
Ecco, a recitare la parte dell’imprudente il capo dello Stato non ci sta. Tantomeno di colui che avrebbe avuto chissà quale interesse a occultare il provvedimento di grazia, di cui si è saputo dopo tre mesi proprio perché di mezzo c’era un minore da tenere al riparo. La tesi del Colle, riassunta in una nota, è che l’organo incaricato di dare un parere si trova al numero 9 di via Arenula. È al ministero della Giustizia che si informano, indagano, accertano i fatti esattamente come nelle cause dei santi c’è chi va a fondo su certi miracoli. Se occorre, il Guardasigilli si rivolge per informazioni (come è in effetti avvenuto) alla Procura generale competente per territorio, in questo caso quella milanese. È la legge a stabilirlo, non il Quirinale. Per esempio: se il nuovo compagno della Minetti fosse stato davvero in affari con Epstein, Carlo Nordio avrebbe potuto inviare ispettori negli Usa che avrebbero chiarito il dubbio, e magari li ha mandati, chissà. Idem per quanto riguarda l’azienda agricola uruguaiana trasformata, secondo l’inchiesta del Fatto, in una casa di tolleranza per Vip gestita proprio da Minetti. Il dettaglio non è da poco. Tra l’altro, da buon veneziano, il ministro non poteva non sapere chi sono i Cipriani, famiglia di grandi ristoratori sulla Laguna. E comunque, soltanto il ministero ha gli uomini e i mezzi per fare luce, non Mattarella che al massimo dispone dei Corazzieri. «Vi immaginate se venissero mandati in giro a fare domande questi giganti alti due metri, magari con l’elmo e a cavallo? Certo non passerebbero inosservati», prova a scherzarci su qualche consigliere presidenziale.

Se alla fine Mattarella scoprisse che la realtà è diversa da come gliel’hanno rappresentata, sul Colle nulla escludono a priori, nemmeno una revoca della grazia (secondo certi costituzionalisti, come si dà si può anche togliere). Però al momento non siamo a questo punto, o perlomeno non ancora. La controffensiva del Quirinale è sul terreno della verità. A chi, specie sui social, cerca di «mascariarlo», come si direbbe nel gergo mafioso, ovvero di sgualcirne l’immagine di paladino della legalità, e manifesta sdegno, grida «vergogna Minetti no, era l’igienista dentale di Berlusconi», Mattarella dà per certi aspetti soddisfazione (e nei palazzi romani sotto sotto qualcuno glielo rimprovera). Raccoglie il guanto che gli è stato lanciato. Riconosce che occorre un supplemento di verità e, anzi, a questo punto è il primo che desidera capire come stanno le cose. Sebbene soltanto a lui spetti il potere sovrano di concedere la grazia, nel caso della Minetti il presidente s’è fidato delle relazioni giunte sul suo tavolo. Le ha lette, soppesate, ci si è tormentato, alla fine ha deciso pensando positivo. Per cinque giorni dopo lo scoop del Fatto ha atteso che qualcuno dei «garanti» si assumesse le proprie responsabilità, chiarendo cosa c’è di autentico o di millantato nell’inchiesta, quanto sono attendibili le fonti anonime tirate in ballo e i dossier raccolti. Nulla è successo, solo silenzio. Col risultato che la nota del Colle è rimbombata ieri ancora più forte.
DOMANDE E RISPOSTE
Dalla domanda ai pareri: come funziona la grazia e perché può essere revocata
NICCOLO’ CARRATELLI

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