Sostituire Riad con Dubai, la mossa del cavallo Usa e l’incognita Arabia Saudita

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Il potere dell’Opec e i petrodollari nascono entrambi da una doppia crisi. La guerra arabo-israeliana del 1973, con l’Arabia Saudita che decide l’embargo sulle esportazioni di greggio per mettere pressione sull’Occidente. La crisi finanziaria americana, con lo sganciamento del dollaro dall’oro, cambio fisso a 35 biglietti verdi per un’oncia, e la necessità di trovare un nuovo equilibrio monetario. Il colpo di genio dell’Amministrazione Nixon, che pure di lì a poco sarà travolta dal Watergate, è legare il dollaro ai barili del Golfo. Risolve due problemi in una singola mossa. Tutti i Paesi sono obbligati a procurarsi la moneta americana per acquistare il petrolio dai sauditi e dai loro satelliti, e questo garantisce loro un flusso di liquidità solida. Il surplus viene usato per acquistare titoli di Stato americano, e ciò permette a Washington di coprire deficit interni ed esterni senza problemi. Sul lato geopolitico si costituisce un blocco Usa-Golfo che preme su Egitto, Siria e altri Paesi arabi ostili a Israele perché arrivino a una normalizzazione con la Stato ebraico, in cambio di armi e protezione militare statunitensi e copiosi investimenti da parte della petromonarchie.

Una partita con Mosca e Pechino

L’equilibrio ha retto con molti scossoni, a partire dalla rivoluzione islamica in Iran che ha tolto agli Stati Uniti uno dei pilastri delle loro alleanze nella regione. Ma non ha retto ai sommovimenti degli ultimi anni. Le guerre in Afghanistan e Iraq hanno mostrato i limiti del controllo militare americano nella regione. Sia Obama che Trump hanno cominciato un disimpegno, seppure a singhiozzo. Subito ne ha approfittato l’Iran. L’eliminazione di Saddam Hussein ha permesso ai Pasdaran di prendersi, se non tutto, i due terzi dell’Iraq. E questo ha aperto la strada a un’asse sciita sempre più minaccioso per Gerusalemme. I Paesi del Golfo hanno cominciato a nutrire dubbi sull’affidabilità americana e si sono guardati intorno. E cioè a Mosca e a Pechino. Nel 2016 nasce l’Opec+, con l’ingresso di altri 10 Paesi, ma soprattutto della Russia. Nel 2017 la Cina firma i primi acquisti di petrolio in yuan. È un aggiramento del sistema dei petrodollari studiato in particolare per Paesi sotto sanzioni, come la stessa Russia e l’Iran. Ma anche una sfida all’egemonia finanziaria americana.

Criptovalute e il corridoio dall’India ad Haifa

La guerra del 28 febbraio ha accelerato il processo di ristrutturazione. Già durante la prima Amministrazione Trump Usa e Israele avevano immaginato un reset del Medio Oriente con la creazione di un’alleanza Stato ebraico-Golfo, incardinata sugli Accordi di Abramo. Ma alla fine solo gli Emirati, e il minuscolo Bahrein, avevano firmato. Il conflitto scoppiato dopo il 7 ottobre ha affossato ogni speranza di adesione dell’Arabia Saudita. Benjamin Netanyahu e Donald Trump hanno allora optato per una prova di forza militare, per piegare l’Iran e convincere gli altri Stati arabi e musulmani che quella era l’unica strada. Ma dopo due mesi la situazione è ancora più ingarbugliata. Assistiamo a un doppio blocco energetico. Il Pentagono impedisce alle navi iraniane di lasciare i loro porti ed esportare il loro greggio. Ma i Pasdaran impediscono a tutte le altre petroliere, tranne quelle dirette in Cina e pochi altri Paesi, di fare altrettanto. Stiamo tornando al 1973. Siamo di fronte alla necessità di risolvere una crisi energetica e al contempo di risistemare gli equilibri globali.

I neocon contemporanei sono convinti che l’uscita degli Emirati dall’Opec è l’equivalente dalla mossa di Nixon del 1974. L’analista Patrick Wood ha tracciato un quadro trionfale, con il greggio emiratino che inonderà i mercati a scapito di Mosca, Riad, Pechino, preludio di un corridoio Imec, dall’India all’Europa, con il porto israeliano di Haifa come perno. E una criptovaluta, stablecoin, legata alla trumpiana World Liberty Financial, che sostituirà e privatizzerà il sistema dei petrodollari. Il trionfalismo neocon sottovaluta però alcuni limiti. Primo. Gli Emirati producono 3,3 milioni di barili, possono arrivare a 4 o poco più, in un mercato che in questo momento perde 12-13 milioni di barili al giorno per il blocco iraniano. E se la quota mondiate di produzione dell’Opec, amputata, è scesa a circa il 40 per cento, bisogna aggiungerci la Russia e altri Opec+. Secondo. L’Arabia saudita è furiosa. Non è stata avvertita, come ha confermato il ministro dell’Energia emiratino, Suhail Mohamed al-Mazrouei. La guerra strisciante tra Riad e Abu Dhabi è sempre più esplicita. I sauditi incoraggiano tendenze separatiste dell’Emirato di Fujeirah, super strategico, perché lì sbocca l’oleodotto che aggira Hormuz. Uno scontro aperto farebbe saltare l’intero piano Trump-Netanyahu.

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