“Il licenziamento, la vergogna, il suicidio. Ora un giudice restituisce la dignità a mio fratello”

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VENEZIA. Ha poca voglia di parlare Maria Cristina Michielotto. «Non servirà a restituirci mio fratello Paolo». Ma quello che ha fatto è servito a restituirgli dignità. I ventisette anni di lavoro come addetto alle vendite per la società Metro di Marghera, spazzati via dalla mattina alla sera, con poche parole contenute in una lettera. Comunicazione della rescissione immediata del contratto, per i duecentottanta euro di danni causati all’azienda nella quale era impiegato.

L’accusa: aveva favorito una manciata di clienti storici, consentendo loro di aggirare i costi di spedizione della merce previsti al di sotto di terminate cifre, permettendo loro di caricare negli ordini alcuni prodotti in giacenza, così da raggiungere le somme necessarie per la gratuità del servizio. Lo ha fatto quattordici volte, dal 10 al 29 maggio 2024, per un totale, appunto, di 280 euro di danni. Una maniera per fidelizzare i clienti, che a Michielotto – 55 anni – non aveva messo in tasca un solo euro. Non è bastata come giustificazione, alla richiesta di spiegazioni da parte della società. E così, anticipata da un periodo di sospensione, il 31 luglio è arrivata la lettera di licenziamento. Undici giorni dopo – dopo essersi rivolto alla Cgil, per avere un sostegno in un’azione legale, per impugnare il provvedimento – Paolo Michielotto si è tolto la vita. Sono passati due anni, e ora a ridare dignità a Paolo Michielotto è stato il giudice del lavoro, a cui si era rivolta la sorella Maria Cristina. Si è pronunciato la settimana scorsa, stabilendo l’illegittimità del licenziamento nei confronti del lavoratore e obbligando la società al pagamento di quindici mensilità di stipendio alla famiglia del cinquantacinquenne.

Maria Cristina, come sta ora?

«Frastornata, perché è successo tutto molto velocemente. La figura di mio fratello è stata riabilitata, però non riesco a essere pienamente felice. Perché Paolo ci manca e, da due anni, la nostra vita non è più la stessa. Anche questa decisione, profondamente giusta, non può colmare il vuoto che ci ha lasciato».

Suo fratello si vergognava a tal punto da non avere mai fatto parola con voi di quello che era accaduto…

«E’ così, non ci aveva detto nulla, nonostante fossimo legatissimi. Gli unici a sapere di questa situazione erano i suoi colleghi, che non ce ne avevano fatto parola e ci hanno spiegato cosa era successo soltanto dopo il suicidio di mio fratello. Quella lettera di licenziamento gli aveva tolto la dignità. Era una vergogna talmente grande, che Paolo non è riuscito a sopportarla. E si è ammazzato».

Il giudice ha parlato di provvedimento illegittimo, facendo leva anche sulla buonafede di suo fratello.

«Mio fratello ha agito in quel modo, senza mettersi in tasca un euro, con il solo obiettivo di fidelizzare i clienti della società. Per lui, il lavoro era tutto. E aveva agito così in totale buonafede. Buonafede che ora gli è stata riconosciuta».

Chi era suo fratello?

«Una bravissima persona, un uomo onestissimo e un lavoratore integerrimo, che ha prestato servizio nella stessa azienda per più di venticinque anni, dando anima e corpo. A casa, è sempre stato lui a curare gli affari di famiglia, a tenere i conti in ordine. Era preciso e affidabile».

In questi anni, ha mai avuto modo di rapportarsi con i dirigenti della società?

«E perché mai? Non avrebbero avuto motivo di chiamarmi».

Per provare a chiedere scusa…

«Non ci sono scuse possibili per quello che hanno fatto».

Dopo tutto questo dolore, dove ha trovato la forza per intraprendere anche una battaglia legale?

«Buona parte del merito è stata del nostro avvocato, Leonello Azzarini, che ci ha sostenuto. Io mi sono limitata a fare quello era giusto. E a portare avanti, con molta pazienza, la battaglia che mio fratello aveva già iniziato. Ma che non ha avuto la forza di portare avanti, perché gli avevano tolto la dignità».

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