La montagna è diventata parte significativa dell’esperienza esistenziale di Alessandro Borghi, romano, classe 1986, approdato al successo popolare con “Non essere cattivo” e poi “Suburra”, ambientati nel sottobosco criminale della capitale e dintorni, e adesso, dopo “Le otto montagne” tratto dal romanzo di Paolo Cognetti, di nuovo alle prese con le sfide dell’alta quota: «La montagna – aveva dichiarato a proposito del film di Felix Groeningen e Charlotte Vandermeesch – può dare cose bellissime, ma sa essere anche molto cattiva».
Le riprese di “Bianco”, diretto da Daniele Vicari e basato sul libro di Marco Albino Ferrari “Freney 1961 La tempesta sul Monte Bianco”, rappresentano un passo avanti nella marcia dell’interprete, visto che, stavolta, è entrato nei panni di Walter Bonatti, figura mitica dell’alpinismo italiano tra gli Anni ’50 e ‘60, ritratta in una delle sue più celebri avventure: «Con le cime – ha raccontato Borghi – è iniziato, 3 o 4 anni fa, un processo di innamoramento. Amo la montagna, su di me ha un effetto che somiglia molto a quello prodotto dalla meditazione».
La scelta di Borghi per il ruolo da protagonista di “Bianco”, coincide, chiarisce Vicari, con la volontà di ingaggiare uno dei volti più amati di una nuova generazione di attori che «non si pone limiti” e che riesce a entrare nei ruoli “attraverso piccoli dettagli, senza piegarsi a schemi predefiniti». Il tono epico della narrazione ha facilitato questo tipo di recitazione, mentre le prove, prima di girare, sono state utili a «creare un ambiente emotivo coerente».
Nel film, di cui, al Trento Film Festival, è stato presentato un primo assaggio, è ricostruita la storia della scalata del pilone centrale del Freney, pilastro granitico che si erge sul Monte Bianco, sfida perfetta da affrontare in piena età dell’oro delle arrampicate di sesto grado, quelle più impervie e pericolose.
L’impresa, tentata due anni prima, nel ’59, da Bonatti, ebbe epilogo tragico, con la morte di quattro compagni di cordata su sette, durante la discesa lungo il ghiacciaio: «Non è stato un film da girare come gli altri – ha spiegato Vicari -, uno di quelli dove, una volta terminate le riprese, torni a casa e lasci sul set il lavoro. In questo caso era necessario un impegno fisico e mentale che finisci per portarti sempre dietro».
L’idea alla base della trasposizione, spiega Marco Albino Ferrari che firma soggetto e sceneggiatura insieme a Vicari, Massimo Gaudioso e Francesca Manieri, era «usare una voce onnisciente che racconta tutto quanto dall’alto, calandosi di volta in volta nelle varie prospettive. Un lavoro di cucitura delle varie testimonianze che il film racchiude interamente nelle montagne, con un’unità di luogo e di tempo in cui tutto si consuma in pochi giorni, in un crescendo».
Con Borghi, recitano Marlon Joubert, Pierre Deladonchamps, Finnegan Oldfield, Quentin Faure, Alessio Del Mastro, Jonas Bloquet, il supporto tecnico si deve alla guida alpina Guido Azzalea, il presupposto non era, ovviamente, diventare scalatori, ma “simulare in modo convincente” quel tipo di azioni, cercando di rendere le differenze di caratteri dei personaggi, ma anche il denominatore comune della forza interiore: «Quella di Bonatti – ha osservato l’autore del racconto – è anche una parabola di riscatto: un figlio di operai che diviene simbolo assoluto dell’alpinismo, in grado di affrontare un’ascesa che è anche sociale».
La ricostruzione prende le mosse dall’ultima corsa della funivia, al tramonto, segue l’immagine della neve e delle «tracce inattese, come linee di matita che puntano verso la Fourche». Al bivacco c’è l’incontro con gli alpinisti francesi, circola la certezza che le impronte siano “di Walter”, i gruppi si riuniscono, come in un western: «Volevo raccontare – dice Vicari – non solo la scalata, ma l’impatto psicologico della sconfitta in un ambiente che non ammette errori».
Condizioni atmosferiche, riprese in alta quota, problemi legati alla sicurezza, sono solo alcuni dei nodi che hanno segnato l’impianto produttivo: «Ai piedi della Fourche – fa sapere ancora il regista – c’è un seracco alto 300 metri, le temperature possono crollare all’improvviso, abbiamo cercato di riprodurre le sensazioni che cercavamo senza compromettere l’incolumità del cast».
Per il cinema italiano, dal punto di vista della realizzazione pratica, “Bianco” è una scommessa importante, basta pensare alle scenografie progettate «per restituire sensazioni realistiche», alle «pareti di roccia alte 12 metri, ottenute tramite calchi del granito del Pilone», all’uso di «flycam per seguire i movimenti degli attori durante le arrampicate», alla scelta deliberata di evitare i droni ormai inflazionati nel cinema e nelle serie tv e «poco dominabili» dal punto di vista degli effetti, ai piani sequenza da 20 minuti «per mantenere fluidità»: «E’ la prima volta che, in Italia, si fa un film come questo, dove ogni dettaglio, dal modo con cui gli attori piantano i chiodi nella roccia alla densità della nebbia che li avvolge, è studiato per non far percepire allo spettatore il confine tra realtà della montagna e finzione del teatro di posa».
L’universo candido, sfondo e materia della narrazione, è stato filmato tra il Rifugio Torino e la Val Solda, mentre la tempesta è stata ricreata in studio, a Roma: «Bianco è il colore della purezza – riflette Vicari – ma, in quella tragedia, divenne il colore dell’oblio».
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