VENEZIA. Sette pagine fitte. Firmate dal presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco e indirizzate, in primis, al ministro della Cultura Alessandro Giuli. Sette pagine per dire che lui, Buttafuoco, i compiti per casa li ha fatti: «La Fondazione intende evidenziare di aver improntato la sua attività alla costante osservanza del suo Statuto e della normativa vigente» si legge. Che non è stato lui a invitare la Federazione Russa alla Biennale, ma il Paese, legittimamente, a chiedere di utilizzare il padiglione di cui è proprietario. E per dire che, se il governo era contrario, disponeva – e dispone tuttora – di tutti gli strumenti giuridici per farlo presente: tramite il ministero degli Esteri – lo stesso che ha concesso oltre trenta visti agli artisti di Mosca – in primis; e tramite il ministero dell’Interno, poi. E infine un ruolo lo ha pure il ministero della Cultura, che delle intenzioni di Buttafuoco (e della Russia, ovviamente), è stato informato passo dopo passo.
Sette pagine, dunque. Racconto di cosa è stata e cosa continua a essere la Biennale. Dei suoi poteri e dei suoi limiti, sul piano giuridico. Pure dei tentativi di ingerenza esterna, con le richieste, tutte respinte negli anni, di non accogliere nemmeno le esposizioni di Stati Uniti, Israele e Iran. Sette pagine indirizzate alla presidenza del Consiglio dei ministri, e poi ai ministeri di Cultura, Affari esteri e Interno. Firmati dal Consiglio di amministrazione della Fondazione al gran completo; in realtà, sette pagine con un solo autore: Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Fondazione La Biennale di Venezia. Bersaglio del fuoco di fila del governo, in un braccio di ferro giocato sul crinale della geopolitica.
Il padiglione russo (ansa)

È stata dunque questa lettera l’innesco della spedizione di fine aprile degli 007 del ministero della Cultura a Ca’ Giustinian, sede della Biennale. Sette pagine di motivazioni, evidentemente ritenute insufficienti di fronte alle richieste puntuali dell’Unione Europea, che ha minacciato un definanziamento da due milioni di euro, in caso di conferma della partecipazione russa.
«Ma la Fondazione – scrive Buttafuoco – non dispone di alcuno strumento normativo che le consenta di inibire la partecipazione di un Paese titolare di un padiglione di propria proprietà». Il cuore del ragionamento è esattamente questo, e risiede nei diritti vantati dalla Russia.
il caso
Biennale di Venezia, si è dimessa la Giuria internazionale dopo le polemiche su Russia e Israele

Si legge nella lettera: «I Paesi partecipanti comunicano l’intenzione di partecipare a ogni edizione se dispongono di un padiglione (in concessione o in proprietà) ai Giardini ovvero manifestano la volontà di essere invitati qualora non dispongano di una sede permanente». È il caso della Russia: proprietaria di uno dei ventinove padiglioni presenti ai Giardini. Padiglione del quale, dunque, il Paese può disporre in qualunque modo, indipendentemente dal volere di Biennale: ente di diritto privato, che chiaramente nulla può in materia di politica estera. E dunque, scrive Buttafuoco, «la Federazione russa gestisce per il tramite della propria ambasciata a Roma, in via del tutto autonoma, i contratti di servizio relativi al funzionamento e all’allestimento del padiglione (utenze, pulizie, manutenzioni, allestimenti, personale tecnico, etc.)».
Disertate le ultime due edizioni, la Russia aveva manifestato il 23 giugno 2025 a Fondazione l’intenzione di presentarsi all’esposizione prossima al debutto (il 9 maggio 2026), tramite la commissaria incaricata Anastasiia Karneeva. Ufficializzazione di una decisione che, nel settembre precedente, l’ambasciatore russo in Italia aveva già comunicato a Buttafuoco. Il passo successivo era stato fatto il 17 novembre 2025, con l’invio dei nominativi degli artisti e di tutto il personale che sarebbe stato impiegato a Venezia, e che quindi aveva bisogno di un visto. Ne sono stati rilasciati più di trenta; tutti, chiaramente, con la firma del ministero degli Esteri.

E, fa presente Buttafuoco: «Il rilascio dei visti costituisce un atto di competenza esclusiva dello Stato italiano, con il quale l’autorità pubblica ha ritenuto ammissibili sul territorio nazionale i soggetti coinvolti». E quindi, «una volta che lo Stato ha esercitato tale potere, risulta logicamente e giuridicamente problematico richiedere a un ente di diritto privato – quale la Fondazione – di interdire a quei medesimi soggetti l’accesso a un edificio di proprietà della Federazione Russa sul quale la Fondazione stessa non esercita alcun potere autoritativo».
Il ministro della Cultura Giuli e Buttafuoco 

E dunque, se il governo fosse stato contrario alla presenza russa, avrebbe avuto tutti gli strumenti per farsi sentire. Tanto più che la Biennale ha adempiuto alle sue funzioni, esaminando il progetto artistico proposto dagli artisti russi. «Il contenuto artistico è stato oggetto di specifica valutazione da parte della Fondazione, che non ha ravvisato elementi di propaganda governativa o messaggi politici» conferma Buttafuoco.
Qualsiasi decisione che possa in qualsiasi modo interferire con l’esposizione russa, dunque, è di responsabilità esclusiva del governo. Questo il senso delle parole di Buttafuoco, la cui arringa pare abbia convinto lo stesso Giuli.
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