Chissà quanto avranno frugato in giro gli staff di Donald Trump per trovare le ultime parole al miele rivolte da Matteo Salvini al loro capo. Sono dovuti risalire al febbraio scorso, a una conversazione con il sito ultra-Maga Breitbart decisamente datata, prima dell’attacco al Golfo, prima del caro benzina, prima dei super-dazi sulle auto, prima dell’offensiva contro il Papa, e hanno dovuto pure aggiustarla un po’ trasformando il recente comizio sovranista di Milano, che in Italia ha fatto notizia anche per la mancanza di ogni diretto riferimento a Trump, in una testimonianza d’amicizia per il presidentissimo.
IL CASO
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In altri tempi, in altre circostanze, quando il consenso della destra per Trump volava tra il 62 per cento di FdI e il 64 della Lega, l’aperto endorsement del Presidente Usa avrebbe suscitato invidie e innescato una gara di blandizie verso Washington, soprattutto alla vigilia dello sbarco a Roma di un pezzo grosso come il segretario di Stato Marco Rubio. Ora persino il diretto interessato, Salvini, precisa che quell’intervista risale a tre mesi fa: certo, l’attenzione del leader «della più grande democrazia del mondo» gli fa piacere, ma non modifica la posizione «assolutamente equilibrata» con cui lui e il governo guardano alle guerre in corso e dunque all’azione americana.

Il tentativo di corteggiamento del capo leghista risponde a una logica evidente. Dopo aver perso la quinta colonna rappresentata da Viktor Orban il mondo Maga ha bisogno di nuovi referenti in Europa ed è ovvio che vada a cercarseli tra gli entusiasti della prima ora, un club di cui il centrodestra italiano fa senz’altro parte. Lusingare Salvini, l’uomo che il giorno dopo l’election Day si presentò in Parlamento vestito come Trump, sfidando l’ironia dei comici che lo rappresentarono come il cosplayer del neo-presidente, forse era anche un modo per riaccendere le passioni sopite dei conservatori di casa nostra e tornare ai bei tempi in cui si gareggiava per il favore della Casa Bianca.
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Ma il feeling con l’America non risulta più elemento di competizione nel governo di Roma. Non porta consenso, non porta voti, anzi alimenta preoccupazioni e genera quote di dissenso vicine all’ottanta per cento anche tra l’elettorato più fedele. Giorgia Meloni ne ha preso atto quando ha dettato le sue dichiarazioni in difesa di Papa Leone, ma anche Salvini negli ultimi mesi è passato dal fervore alla prudenza («Il Nobel per la Pace? Vediamo come andrà in Iran»), dalla prudenza all’ironia («Mettersi nei panni di Gesù non aiuta la pace»), dall’ironia alla distanza («Trump fa i suoi interessi che non coincidono con i nostri»). I suoi ripetuti annunci di imminenti viaggi negli Stati Uniti si sono interrotti da un pezzo. I cappellini Maga sono spariti dai suoi social, insieme alle iperboli con cui commentava ogni parola di Trump. Insomma, anche lui ha compiuto un personale strappo da una consonanza ideologica che creava più problemi che vantaggi.
La giornata di ieri conferma che non basterà qualche complimento per suscitare un ritorno di fiamma. Non c’è solo la circospetta reazione del capo leghista alle adulazioni della Casa Bianca ma vanno tenute in conto anche le parole di Giorgia Meloni al vertice della comunità politica europea, dove la premier non ha avuto difficoltà a dissociarsi dalle affermazioni di Trump sul disimpegno americano dalla Nato e a ribadire che «alcune cose dette» sulla renitenza italiana non sono corrette, perché in Afghanistan e in Iraq abbiamo fatto la nostra parte anche se non c’erano interessi nazionali in gioco. Ora non resta che vedere se questo nuovo atteggiamento reggerà alla prova del confronto diretto con Marco Rubio e con la sua missione del disgelo. Certo, se l’intenzione del mondo trumpiano era di usare le parole di Salvini per provocare crisi di gelosia a destra, non è andata benissimo.
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