Le torsioni di Meloni e l’ordine a FdI: “Noi alleati degli Usa e non di Donald”

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In questa fase non è molto complicato per Giorgia Meloni prendere le distanze da Donald Trump. Sembra passata un’eternità da quando si mandavano i complimenti a vicenda o gli staff diffondevano le foto della loro assoluta complicità: eppure sono trascorsi solo un pugno di mesi. Ieri, però, la presidente del Consiglio ha fatto una scelta precisa, molto tattica, elaborata con i suoi consiglieri. Non ha definito, come l’ultima volta, «inaccettabili» gli attacchi di Trump a papa Leone XIV, e non ha risposto all’ennesima critica al pontefice scagliata dal presidente americano, in perenne ricerca di applausi e di legittimazione per la guerra scatenata contro l’Iran.

Dopo una lunga analisi a Palazzo Chigi è stato deciso che a replicare, in difesa di Prevost e a nome di tutto l’esecutivo, sarebbe stato Antonio Tajani, ministro degli Esteri, vicepremier e leader di un partito che, pur a destra, non può essere minimamente tacciato di simpatie trumpiane.

«Gli attacchi nei confronti del Santo Padre non sono né condivisibili né utili alla causa della pace. Ribadisco il sostegno ad ogni azione e parola di Papa Leone», scrive Tajani su X, aggiungendo, a conclusione del messaggio, per chiarire che sta parlando anche per conto di Meloni: «Una visione che condivide anche il nostro governo, impegnato attraverso la diplomazia a garantire stabilità e pace in tutte le aree dove ci sono i conflitti». Questa volta anche l’altro vicepremier, il leghista Matteo Salvini, evita di far mancare un segnale di compattezza e chiosa: «Il Papa non si discute, si ascolta».

Ormai nessuno della destra italiana che fino a poche settimane fa tifava per il tycoon si meraviglia più di nulla. Certo colpisce la tempistica, che Trump abbia rimesso nel mirino il Papa alla viglia del viaggio del segretario di Stato Marco Rubio. Una missione, a Roma domani e dopodomani, in teoria organizzata per ricucire con le gerarchie cattoliche, cruciali nell’elettorato americano. Meloni vuole attendere l’incontro in Vaticano, capire se il colloquio porterà distensione, prima di rilasciare un ulteriore commento. Vedrà Rubio, personalmente, venerdì: l’agenda è stata stravolta, dopo che la premier ha accettato – e difficilmente avrebbe potuto fare altro – di incontrare il più moderato tra i ministri repubblicani, un mediatore di natura, molto distante dagli eccessi del suo superiore. Rubio e Tajani hanno avuto una lunga conversazione telefonica dieci giorni fa e sanno di dover procedere con una certa astuzia. L’idea di un viaggio della premier negli Stati Uniti, rimbalzata da fonti americane, pare accantonata. Il faccia a faccia a Palazzo Chigi viene circoscritto a «visita di cortesia», su richiesta dall’americano.

Meloni ha tutto l’interesse di mostrarsi meno allineata al capo della Casa Bianca, una consapevolezza che era maturata già all’indomani della sconfitta al referendum, nel pieno della crisi energetica di Hormuz. Ma che è diventato calcolo politico sfruttando l’assist offerto da Trump il giorno in cui lui ha sbertucciato l’ex alleata e rotto con lei, che non lo aveva sostenuto sulla Groenlandia, e lo aveva rimbrottato sul papa. Storia di un amore finito? Può darsi. Meloni scommette sulla propensione degli italiani a dimenticare facilmente, ma il compito affidato alla comunicazione in mano al fido Giovanbattista Fazzolari è arduo: «Noi siamo alleati degli Stati Uniti, non di Trump», è la sintesi che la leader vuole venga diffusa, innanzitutto tra i parlamentari di Fratelli d’Italia.

A Rubio parlerà dell’imprescindibile legame nordatlantico e ribadirà quando sottinteso nelle dichiarazioni pubbliche sulla Nato, sugli accordi bilaterali, sull’uso delle basi, sulla relazione speciale tra Italia e Vaticano. E spiegherà che il suo governo non è mai venuto meno ai patti, che sulla base di Sigonella – negata agli Usa un mese fa – «abbiamo rispettato gli accordi», e che ci sono vincoli parlamentari che il potere esecutivo «è obbligato dalla Costituzione a rispettare» (vuole dire che, in quella occasione, sarebbe stato necessario un passaggio alle Camere). Certamente discuteranno di Medio Oriente, di Israele, di Unifil, la missione Onu nel sud del Libano a cui l’Italia partecipa con un contingente e che scadrà a fine anno. Meloni cercherà anche di capire quanto la minaccia di Trump di ritirare i soldati Usa dalle basi italiane sia realistica e non solo una reazione frustrata, figlia della convinzione che gli europei non lo abbiano aiutato in Iran. Più in generale, attraverso Rubio sonderà il comportamento di Trump, lei che un tempo si definiva una delle poche in grado di coglierne l’irruenta psicologia.

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