Il fattore cinese frena l’offensiva Usa: “Pechino ci aiuti a liberare lo Stretto”

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Pete Hegseth, capo del Pentagono, e fra coloro che più di tutti nell’Amministrazione ha spinto l’acceleratore del conflitto con Teheran, ritiene che «il cessate il fuoco non sia finito». Donald Trump alla Abc ha spiegato che «non ci sono stati massicci colpi» contro gli americani. Dan Caine, capo degli Stati Maggiori Riuniti, ha parlato di «soglia» non raggiunta negli attacchi che Teheran ha lanciato contro navi nel Golfo di Hormuz e nei confronti degli Usa, ben 9 le navi colpite in un mese di cessate il fuoco. «Tocca alla politica decidere quale è la soglia», ha precisato. «L’Iran sa cosa deve e cosa non deve fare», ha risposto Trump qualche ora dopo lasciando però senza risposta qual è il limite che farebbe finire il mese di tregua.

Hormuz, Hegseth: “Cessate il fuoco non è finito, mi aspettavo turbolenze”

Sono frasi che sintetizzano come a Washington l’idea di riprendere con massicci bombardamenti non sia la prima scelta. Dietro le quinte alcuni analisti vicini all’Amministrazione sottolineano che le opzioni militari siano poche, annientati molti – anche se non tutti -– gli obiettivi. Restano dei bersagli legati alla catena della produzione nucleare, l’intelligence Usa parla di “decimazione” delle capacità nucleari, ma restano intatti, rivelano alcune immagini satellitari analizzate dalla Cnn, centri di produzione di uranio, università e laboratori. L’Amministrazione preferirebbe la questione fosse “trattata” nei negoziati.

Il filo dei negoziati è riallacciato. È sottile ma Trump ha sempre sottolineato che la leadership attuale del regime è «meglio di quella precedente». «Malleabile», è la definizione che il presidente ha usato parlando con la Fox.

Hegseth ha anche sottolineato la natura difensiva dell’operazione “Project Freedom”. Serve per liberare le navi «ostaggio» nello Stretto di Hormuz e non va a sovrapporsi, ha precisato in conferenza stampa, ad Epic Fury. Essenzialmente il segretario alla Guerra, spiegano alcuni insider, vuole evitare di rimettere in moto il contatore che c’è al Congresso dei 60 giorni di combattimenti. È il limite entro il quale l’Amministrazione deve chiedere l’autorizzazione a Capitol Hill. Tecnicamente è scaduto il primo maggio, ma Trump e i suoi ritengono che il cessate il fuoco dia lo stop al conteggio. Dipingendo Project Freedom come operazione simil-umanitaria per dare sollievo a mercantili e equipaggio americani e dei Paesi alleati, l’Amministrazione sfugge al controllo del Congresso.

Restano le minacce Usa agli iraniani dovessero incrementare gli attacchi e creare danni agli asset americani e al personale. Il presidente sembra orientato a ricavare un ruolo per la Cina. Già lunedì Scott Bessent, segretario al Tesoro, ha invitato Pechino a unirsi agli sforzi per liberare lo Stretto di Hormuz. La prossima settimana ci sarà il bilaterale a Pechino. Trump ha evidenziato che «l’America non è sfidata dalla Cina»e ha offerto alla Cina di prendere greggio Usa dall’Alaska o dal Texas. In marzo gli Usa posticiparono il summit pechinese a causa del conflitto; questa volta la visita è confermata e la macchina logistica già avviata.

Il ruolo cinese sull’Iran non è secondario. Oggi a Pechino arriverà il ministro degli Esteri iraniano Araghchi, vedrà Wang Yi, l’omologo, pochi giorni prima della visita di Trump. La Cina potrebbe spingere Teheran a fare un accordo, almeno su Hormuz. Pechino è il più grande importatore di energia dall’Iran, il 90% del suo greggio finisce in Cina.

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