“Mio padre in fuga dal nazifascismo inventò il Totocalcio in un campo profughi”

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La Serie A non esisteva ancora, quel 5 maggio 1946: al suo posto la Divisione Nazionale. Nel frattempo l’Italia era tutta da ricostruire e Vittorio Emanuele III era ancora Re, anche se ormai per pochi giorni. Quel giorno l’Inter giocava contro la Juve, il Torino affrontava il Milan. Ma non c’erano solo le grandi: tante altre partite completavano il tabellone. E così, mentre gli allenatori sceglievano chi mandare in campo, per la prima volta gli italiani si arrovellavano su un’altra decisione: giocarsi 1, X o 2?

Esattamente ottant’anni fa veniva infatti giocata la prima la «Schedina Sisal», ribattezzata poi «Totocalcio». Un concorso a pronostici che con il tempo si è trasformato in rito collettivo, plasmando per sempre la cultura popolare italiana e ridefinendo il sogno per milioni di tifosi: fare quel benedetto “13” e cambiare vita. Una volta per tutte.

Fuggito in Svizzera dal nazifascismo nel 1944

Come spesso accade nella storia, è dai momenti di maggiore difficoltà che nascono le idee migliori. E così è stato anche per la Sisal (acronimo di Sport Italia Società a Responsabilità Limitata), fondata nel 1946 dal giornalista triestino Massimo Della Pergola: licenziato dal suo giornale perché ebreo, nel ‘44 fu costretto a riparare in Svizzera per sfuggire alle persecuzioni nazifasciste. «Ha cominciato a ideare il Totocalcio mentre si trovava nel campo profughi di Ponte de la Morge», racconta la figlia Mara.

All’arrivo al campo, Della Pergola venne separato dalla moglie e dal figlio e messo a lavorare come manovale nella bonifica del Rodano. «Zappava tutto il giorno e continuava a chiedersi che cosa ne sarebbe stato della sua famiglia, ma anche dell’Italia e dello sport – aggiunge la figlia -. Il poco tempo libero che aveva lo passava a ideare il gioco con le schedine: era il suo modo per non pensare al lavoro fisico e alla lontananza dalla famiglia».

Una volta terminata la guerra e tornato in Italia – dove aveva ripreso a lavorare come giornalista alla Gazzetta dello Sport – Della Pergola diede vita, in un colpo solo, alla Sisal e a «Sport Italia», il settimanale nato come organo ufficiale del Totocalcio e diventato poi una delle principali testate sportive italiane. L’idea era semplice ma efficace: la rivista promuoveva il gioco – riportando i risultati e raccontando il campionato – mentre la schedina spingeva i giocatori a leggere «Sport Italia» per affinare la scommessa.

La sede nel palazzo sventrato dai bombardamenti

Eppure gli inizi non sono stati semplici. Lo dimostra la prima sede della Sisal, individuata dai tre fondatori – insieme a Della Pergola c’erano gli svizzeri Geo Molo e Fabio Jegher – all’ultimo piano di un palazzo milanese con il tetto ancora sventrato dai bombardamenti: lo avrebbero rimesso in sesto loro, in cambio non avrebbero pagato l’affitto. O ancora, i cinque milioni di schedine stampate per quel 5 maggio 1946: un flop, se si considera che ne furono giocate solo 34mila. Che fare allora delle restanti? Si scoprì che quei pezzi di carta erano perfetti per pulire i rasoi. E così vennero donati ai barbieri.

«Ma papà è sempre stato una persona ottimista, non si è mai arreso», aggiunge Mara. E probabilmente quel progetto lo aveva coltivato troppo a lungo – e in condizioni troppo difficili – per mollare tutto. Così, nel giro di pochi mesi, si moltiplicarono le campagne pubblicitarie e le ricevitorie in tutta Italia, che arrivarono a superare quota 12mila già alla fine del 1947. Il Totocalcio era definitivamente entrato nelle case degli italiani, ma anche nei bar, nelle tabaccherie, nelle edicole, nelle botteghe dei barbieri. Era ovunque e costava poco: 30mila lire, il prezzo di un Vermut.

La “nazionalizzazione” del gioco e la causa vinta

Nonostante il concorso fosse gestito fin dall’inizio dal Coni, nel 1948 arrivò la nazionalizzazione del gioco con un decreto firmato dal Presidente Luigi Einaudi. «Non gli diedero nemmeno una lira, per questo mio padre decise di fare causa allo Stato e nel 1956 vinse». A quel punto, per Massimo Della Pergola – che nel frattempo aveva ideato anche il Totip, basato sull’ippica – era forse arrivato il momento di cambiare vita: «Ha venduto la sua parte agli altri due soci ed è tornato a fare il giornalista, con grande gioia di mia madre», racconta Mara ridendo.

Il resto è storia. Ed è un pezzo importante della storia del Paese. «La schedina ha cambiato i costumi e i sogni degli italiani – conclude la figlia -. Una collega mi ha persino raccontato che i suoi genitori sono riusciti a sposarsi proprio grazie a una piccola vincita al Totocalcio».

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