Trump in Cina, Xi non lo accoglie. “Pronti a collaborare con gli Usa”

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Una bambina con un vestito rosso consegna a Donald Trump un mazzo di fiori di benvenuto sotto lo sguardo di Han Zheng, vicepresidente che ha accolto il leader Usa alla scaletta dell’Air Force One. Dietro a Trump ci sono il figlio Eric con la moglie Lara – ora conduttrice della Fox News – ed Elon Musk, l’amico ritrovato.

Sono da poco passate le 8 di sera e la visita di Trump in terra cinese inizia con una cerimonia sfarzosa fra tappeto rosso, picchetto d’onore e 300 ragazzi e ragazze sventolanti in modo sincronizzato bandierine Usa e cinesi mentre scandiscono: «Benvenuto Mr. President».

La strada che conduce al Four Seasons dove il presidente ha trascorso la prima notte pechinese è punteggiata di bandiere; recinzioni proteggono il convoglio nel cuore della città dove un gioco di luci illumina con i colori della Cina i grattacieli.

Trump ama le celebrazioni in pompa magna e quella con cui è stato accolto è l’antipasto di quel che accadrà oggi quando lui e Xi Jinping apriranno formalmente i lavori al Tempio del Cielo. Avranno poi il bilaterale prima della cena di Stato. Domani una nuova sezione bilaterale sorseggiando tè prima del pranzo e la partenza, poco dopo mezzogiorno, per Washington.

A differenza del 2017 non ci sarà la sosta alla Città proibita quando della delegazione Usa faceva parte anche Melania Trump, questa volta assente. Come il vicepresidente Vance – ma questo fa parte del protocollo e delle consuetudini. Meno consueto il commento, divertito, che Vance ha fatto: «Mi sento come Macaulay Culkin in “Mamma ho perso l’aereo”, lasciato solo».

L’hotel dove alloggia il presidente è blindato, impossibile avvicinarsi e per le fotografie bisogna stare lontani. La polizia è schierata in modo massiccio.

I cinesi hanno anticipato a ieri mattina, mentre l’Air Force One era ancora in volo, il benvenuto al presidente Usa. «La Cina è pronta a collaborare per ampliare la cooperazione e gestire le differenze», le parole di Guo Jiakun, portavoce del ministero degli Esteri che sintetizzano bene la posta in gioco. Da una parte la volontà di entrambi di estendere la rete dei rapporti economici su un ampio ventaglio di temi, dall’agricoltura al tech fino all’energia; dall’altra il riconoscimento che esistono divergenze riassumibili nel sostegno Usa a Taiwan e ai 14 miliardi per le armi che il Congresso ha stanziato e nella partita sui dazi.

L’interscambio commerciale si è ridotto del 29% lo scorso anno rispetto al 2024. In cifre, si è passati da 582 miliardi di dollari a 415. Il deficit commerciale Usa è sceso a 202 miliardi, diminuendo di quasi il 32%, il dato più basso in due decenni secondo lo US Center Bureau.

La delegazione di Washington arriva con l’idea di spingere il Board of Trade, camera di discussione sulle tariffe, da associare al Board of Investment. Sul primo sono stati fatti passi avanti da quando Jamieson Greer, in marzo, ha dichiarato che la sua costituzione potrebbe essere uno dei successi del summit. Con Trump sono arrivati 17 super Ceo, da Musk a Cook, da Huang a Larry Fink.

Rispetto a dieci anni fa gli americani hanno cambiato approccio e atteggiamento. Se in passato lo scopo era quello di “far aprire” la società cinese ai consumi e ridurre la portata dell’export come volano del Pil, ora Trump non chiede più che Pechino cambi il suo modello economico influenzato dallo Stato e fortemente improntato su produzione ed esportazione. Greer parlando alla Fox News ha sintetizzato questo approccio con la metafora dell’adattatore, «che aiuta a connettere due sistemi economici incompatibili». In quest’ottica l’obiettivo Usa è quello di gestire tramite il Board of Trade gli scambi commerciabili per circa 30 miliardi di dollari di beni e lasciare invece agire la leva daziaria sui prodotti sensibili per la sicurezza nazionale, dai semiconduttori alle tecnologie avanzate che potrebbero dare a Pechino un vantaggio nell’innovazione e nello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale oltre che della tecnologia dual use commerciale-militare.

A fare da sfondo ai temi economici, le questioni di geopolitica. Su tutte il conflitto in Iran, di cui la Cina è il principale importatore di gas e greggio. Il 50% transita dallo Stretto di Hormuz. C’è poi l’altra guerra, quella in Ucraina. Il presidente Volodymir Zelensky si è appellato a Trump affinché sollevi il tema con Xi. Ma è difficile che arrivi più di un accenno, stando a fonti su questo concordanti.

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