Quel sessismo artificiale che ci riporta indietro

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In attesa che Veltroni intervisti un deepfake del trend “tifosa sugli spalti”, sarebbe utile parlare della perdita della capacità di astrazione, di copia dal vero, di apocalisse annunciata per i motivi sbagliati, e soprattutto di quanto l’aver negato negli ultimi vent’anni l’esistenza di un canone estetico abbia portato a crearne uno identico a quello di prima.

La scorsa settimana è comparsa su X una clip chiamata “The average Korean woman”, un video di pochi secondi in cui si vedeva una ragazza coreana a forma di fotomodella sugli spalti di una partita di baseball. La clip ha 15 milioni di visualizzazioni, due quarti delle quali afferma che l’ossessione per la chirurgia in Corea ha raggiunto un livello allarmante, mentre un quarto dice che la tipica ragazza coreana invece è proprio quella lì, nata già con la rinoplastica. L’ultimo quarto, quello dei tifosi, quello dei più svegli, ha giustamente fatto caso più alla grafica del video che alla ragazza: infatti, come riporta il The Korea Times, «il tabellone nell’angolo in alto a sinistra indicava Kim Seo-hyeon come lanciatore e Jo In-seong come battitore, ma Jo si è ritirato nel 2017 e da allora lavora come allenatore. Inoltre, era indicato come giocatore dei Doosan Bears, nonostante fosse entrato a far parte della squadra solo come allenatore e non come giocatore». Questo ci dice tre cose: la prima è che in Corea non è contemplato che i grafici sbaglino, la seconda è che tendiamo a credere a quello che vediamo, il che è pure un bene dopo anni di negazionismo della realtà, la terza è che il mondo è di quelli che sanno, e non di quelli che guardano. Quindi, siccome non avevamo già abbastanza problemi, il trend “tifosa sugli spalti” si è diffuso sui social, perché è ormai noto che quando c’è una roba orrenda da replicare il creator digitale non si tira certo indietro.

C’è chi posta semplicemente immagini inventate con l’intelligenza artificiale e chi, come le modelle o le influencer, si artificializza con una birra in mano: in entrambi i casi, i commenti sono quasi tutti “bellissimo amore mio”. Un tempo, tutto questo era semplicemente catfish.

Ma se è vero che la vita imita l’arte, è altrettanto vero che l’Ai imita le relazioni parasociali.

Lo scorso anno, durante la partita di basket tra Olympiacos e Asvel Villeurbanne, il regista aveva staccato per pochi secondi sul pubblico, inquadrando una ragazza stupenda, con i capelli scuri a caschetto e gli occhi verdi. Le persone avevano iniziato subito a chiedersi chi fosse, il video era diventato immediatamente virale: si scopre che la ragazza era una modella kosovara, Marigona Gona, che nonostante il nome alla Brain Rot era una vera ventiquattrenne e non l’idea che Sora aveva di una ventiquattrenne. Quindi: nonostante un certo attivismo d’accatto, la body positivity mandata in disoccupazione dall’Ozempic, e la Barbie femminista con le ciabatte, il canone estetico esiste. Negli ultimi anni, direi pure quotidianamente, c’è sempre stato qualcuno che parlava del corpo, del corpo femminista, dell’autodeterminazione del corpo, dello spazio occupato dal corpo come atto e fatto politico: bene, adesso invece c’è l’intelligenza artificiale che al posto della soggettività marginalizzata con il corpo non conforme ci ha messo la gnocca. Un sistema di idee dove non esiste il bello, ma solo la rappresentazione del bello in quanto buono, non è un sistema autentico, né tantomeno sincero. L’elogio dell’imperfezione, e più che elogio vorrei dire lavaggio del cervello, lavaggio del cervello basato su premesse non veritiere – i social hanno smesso di proporre un modello di perfezione da quando le influencer hanno capito che era più redditizio un modello di imperfezione – avrà anche fatto cose buone, ma non è mica detto. L’Ai è un prodotto astratto, tarato sull’idea o sullo stereotipo di chi la comanda, e il risultato sarà sempre lo stesso: un’immagine attraente. Non serve chiedersi se l’Ai sia sessista, perché l’Ai non dice, ma compiace: lo stesso trend fatto con i maschi non avrebbe successo, perché le regole di attrazione sono diverse.

È uscito poco tempo fa un videoclip favoloso girato da Romain Gavras con la musica di Yung Lean and Gener8ion, e quel video secondo me sancisce il ritorno di una certa estetica maschile, un po’ reazionaria e un po’ sanguigna. Quel video è girato ovunque perché è seducente, e soprattutto perché non è replicabile. Se metti una scimmia a battere i tasti per un tempo infinito prima o poi scriverà La Divina Commedia, ma se metti all’Ai un prompt per quel filmato per un tempo infinito non girerà mai il video di Gavras.

Quello che forse bisognerebbe chiedersi è cosa è cambiato da quando la bellezza, o perlomeno la sua idea, è diventata più accessibile, quasi democratica, con i bar per il botox al posto dei panettieri, il farmaco per dimagrire e i tutorial per il contouring.

Come avrete capito, le cose di cui parlare sono molte come succede sempre con le cose brutte, ma bisognerebbe anche parlare della circolare che arriva dai vari esperti di Ai sull’impossibilità ormai di riconoscere un video fatto con l’intelligenza artificiale, un po’ “signora mia moriremo tutti”. Questo non è vero, un video falso si riconosce, magari a volte ci vuole un po’, ma l’immagine è sempre innaturale e l’uomo ha la capacità di riconoscere il perturbante. Poi, che sui video Ai ci debba obbligatoriamente essere un watermark direi che non ci sono dubbi.

Su TikTok passerei – passo – le ore a guardare le miniserie fatte con l’Ai: le donne sono tutte uguali se non che una è sempre ricca e cattiva mentre l’altra è povera e buona, l’uomo è sempre milionario, spietato e seguace del looksmaxxing, la povera e buona di solito viene pure picchiata da tutti, ma alla fine riesce sempre a vendicarsi e a far innamorare lo spietato. Sotto c’è sempre qualcuno che commenta: “Ai? ” e un altro che risponde “No guarda è Al Pacino”. Il problema, forse, non è l’Ai.

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