Alessandro Rosina: salari bassi e inflazione, un giovane che resta in Italia rinuncia a realizzarsi

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ROMA. Decidere di tornare in Italia per un giovane oggi non solo è un atto di coraggio, per citare le parole pronunciate dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante il question time di ieri in Senato, ma «un suicidio», commenta Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia e Statistica sociale nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano che prende le distanze dallo scenario economico disegnato dalla premier.

Secondo Meloni il fenomeno dei giovani che scappano all’estero è una questione ormai «strutturale». Che ne pensa?

«Basta che non lo si affermi come alibi per dire che ci si può fare poco. Non è cosi, anzi, se si prende in considerazione la crisi demografica che sta penalizzando le possibilità di sviluppo del Paese, facendo mancare la manodopera alle aziende che non trovano i lavoratori, impedendo all’economia di creare innovazione e di diventare sostenibili. Sulla longevità non si può fare nulla, questo è davvero un aspetto strutturale».

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E la mancanza di giovani?

«Il degiovanimento dipende dalle scelte di un governo. Se i giovani si formano bene in Italia e se trovano lavoro in azienda, rimarranno e faranno figli. Se invece i giovani danno per scontato di non stare bene in Italia siamo condannati a un declino irreversibile, a un destino di Paese di serie B. Gli altri Paesi con cui ci confrontiamo hanno anche loro problemi demografici, con indici di natalità che mostrano un deficit di giovani ma stanno investendo in modo da attirarne di ben formati da includere nei processi di sviluppo».

È un atto di coraggio per un giovane decidere di tornare in Italia dopo aver fatto un’esperienza lavorativa all’estero?

«Atto di coraggio? Si tratta di un suicidio. Restare in Italia per un giovane vuol dire rinunciare a realizzarsi completamente in particolare per chi arriva da contesti sociali svantaggiati».

A chi si riferisce?

«I tassi di occupazione sono particolarmente bassi tra le donne, tra i giovani e tra chi arriva da territori svantaggiati come il Sud o i contesti non urbani. Per le donne i tassi di occupazione sono particolarmente bassi innanzitutto perché mancano le opportunità di lavoro e in secondo luogo per l’assenza di un sistema di welfare adeguato e di diritti».

Invece che cosa penalizza i giovani?

«I salari d’ingresso nel mondo del lavoro sono bassi, gli affitti troppo elevati e le possibilità di carriera molto scarse. E c’è una questione che è a monte di ogni ragionamento: c’è da recuperare credibilità del sistema Paese. I giovani non vedono un progetto, non si sentono parte attiva di un processo di crescita che punti su di loro. Il governatore della Banca d’Italia ha ricordato che gli interessi che paghiamo sul debito hanno un ordine di grandezza simile a quello che è l’investimento sulla formazione».

Cosa significa per l’Italia?

«Abbiamo accumulato debito pubblico invece di creare le condizioni per valorizzare i giovani. Il rapporto Asvis appena pubblicato spiega che non raggiungeremo nel 2030 gli obiettivi che ci siamo dati sul livello di giovani laureati da raggiungere. Vuol dire che rimarremo uno dei Paesi con la più bassa percentuale di laureati rispetto ai Paesi con cui ci confrontiamo. Non investire sui giovani è molto grave perché nei prossimi dieci anni andranno i pensione oltre 6 milioni di lavoratori over 50. Sarà il più grande esodo dalla forza lavoro alla pensione che l’Italia abbia conosciuto ma non avremo abbastanza giovani per sostituirli».

Per quel che riguarda i salari, la premier ha rivendicato che «hanno ripreso gradualmente a crescere più dell’inflazione» e che «dopo anni in cui il potere d’acquisto diminuiva, la tendenza si è invertita». Che ne pensa?

«Questo aumento non viene per nulla percepito dai giovani» .

E dai meno giovani?

«Aumentare i salari aiuta ma si tratta di un’operazione limitata rispetto a quello che si sta facendo in altri Paesi, soprattutto in un momento in cui il costo della vita è in forte rialzo. Gli aumenti rischiano di far crescere le differenze sociali, avendo un effetto su alcuni senza invece essere percepiti da parte delle classi sociali più deboli come giovani, donne o chi vive in territori svantaggiati. Ci vuole un cambiamento che riduca le disuguaglianze di partenza, altrimenti gli aumenti di salario serviranno a poco».

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