Europa ai margini, perché non è vero

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Il vertice Usa-Cina ci è stato raccontato attraverso la lente di due superpotenze, guidate da uomini forti, che dettano le sorti del mondo, con un’Europa impotente ed esclusa. È una lettura dominante in Italia, diffusa tra euroscettici dichiarati e non, che vuole apparire come analisi neutrale ma rappresenta poco più di un desiderio autolesionista — dato che, in quanto italiani, siamo europei. Soprattutto è una lettura superficiale e fuorviante.

Il vertice tra il presidente americano Donald Trump e l’omologo cinese Xi Jinping ha riunito le due maggiori potenze al mondo, tant’è che in agenda figuravano tutte le grandi questioni internazionali del momento: dal Medio Oriente a Taiwan, dal commercio all’intelligenza artificiale. È stato un vertice che ha messo in risalto il riconoscimento e il rispetto reciproco tra i due leader.

Xi ha senza dubbio apprezzato l’adulazione di Trump nei suoi confronti, e non ha mancato di lusingarne l’ego. È stato inoltre un vertice senza colpi di scena. In netto contrasto con i consueti sproloqui e i post notturni di Trump, il presidente americano si è comportato quasi come qualunque suo predecessore, attenendosi scrupolosamente alla documentazione fornitagli. Trump sa bene che una sbavatura in Cina — con concessioni inavvertite a Pechino — gli avrebbe causato ulteriori grane in patria, soprattutto al Congresso, e già ne ha abbastanza.

Ma fermarsi qui per affermare che Trump e Xi tengono in mano le sorti del mondo, dalle quali l’Europa è tenuta ai margini, non coglie né quanto è accaduto a Pechino, né la direzione di marcia dell’Europa e del mondo.

È stato un vertice senza esiti concreti, almeno dichiarati. Non c’è stato alcun accordo commerciale. Trump sperava in un nuovo mirabolante deal fatto di acquisti cinesi di Boeing, soia e gas a stelle e strisce. Vaghe promesse sì, ma accordi nessuno. Solo un impegno preliminare ad avviare un Board of Trade tra i due Paesi che, al pari del fantomatico Board of Peace, rappresenta poco più del desiderio di Trump di smantellare il sistema multilaterale. Il fatto che questi board siano vuoti e vacui è irrilevante: ciò che conta non è la pars construens, bensì la pars destruens del sistema multilaterale.

È stato inoltre un vertice che ha messo in luce la drammatica debolezza relativa degli Stati Uniti. Trump si è circondato dei tech-bros della Silicon Valley quasi a voler sottolineare la potenza — e soprattutto la ricchezza — dell’America rispetto alla Cina. Ma con di fronte il solo Xi, ha paradossalmente ottenuto l’effetto contrario. Rispetto al vertice Trump-Xi della sua prima amministrazione nel 2017, oggi siamo in una condizione di sostanziale equilibrio tra i due Paesi, con l’autolesionismo di Trump che sta imprimendo un’accelerazione insperata all’ascesa cinese.

Trump non ha ottenuto alcun favore sul Medio Oriente. Anche qui, vaghe dichiarazioni cinesi sull’importanza della riapertura dello Stretto di Hormuz, ma senza impegni concreti. È vero che, per contro, Trump non ha ceduto ufficialmente su Taiwan: durante il vertice non ha annunciato né la sospensione di due pacchetti di vendite di armi — del valore complessivo di 25 miliardi di dollari — a Taipei, né la propria opposizione all’indipendenza taiwanese. Non sappiamo tuttavia se in privato Trump abbia rassicurato Xi circa un possibile ritardo di quegli ordini — se non altro perché quelle armi servono agli Stati Uniti in Medio Oriente.

Sappiamo invece che, di ritorno da Pechino, Trump ha ribadito la sua convinzione che Taiwan sia troppo lontana dall’America e troppo vicina alla Cina per essere difesa, e che non lo meriterebbe nemmeno, avendo “rubato” agli Usa l’industria dei microchip avanzati. Tutto sommato, Xi non può lamentarsi del vertice.

In sintesi, un nulla di fatto: nessun accordo commerciale, tecnologico o sulle grandi questioni di guerra e pace. Per non parlare dei dossier che in passato comparivano nell’agenda bilaterale, come le discriminazioni contro gli Uiguri o lo status di Hong Kong. La buona notizia è che le due maggiori potenze al mondo sanno che uno scontro diretto non è nei loro interessi. La cattiva è che il G2 si rivela incapace di governare le grandi questioni del nostro tempo.

Non che ci stia riuscendo l’Europa, certamente. Eppure non è corretto concludere che sia semplicemente impotente e passiva. Nella guerra della Russia contro l’Ucraina, è l’Europa a sostenere Kyiv, che in larghissima parte ormai sa difendersi da sola. Il timore di un crollo del fronte ucraino è diminuito sensibilmente, e ciò è accaduto proprio mentre gli Usa si sfilavano: Washington non ha più le carte in mano su quel conflitto. A differenza di quanto avvenuto in Ucraina, in Medio Oriente gli europei non hanno certo brillato negli ultimi anni. Eppure, almeno adesso, stanno lavorando a un piano multilaterale su Hormuz, in vista di una possibile conclusione del conflitto. E nel resto del mondo, gli accordi commerciali raggiunti con i Paesi latinoamericani del Mercosur, così come con Messico, India, Indonesia e Australia, restituiscono un’immagine dell’Europa diversa da quella dell’impotenza che spesso viene raccontata.

Non ci muoviamo né esclusivamente in un G2 che governa il mondo a tavolino, né in un mondo di medie potenze che ridefiniscono le regole creando pesi e contrappesi. Navighiamo in entrambi questi mondi, che competono e coesistono.

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