Jannik Sinner, genio e regolatezza

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Genio e sregolatezza vanno per forza insieme? L’ho pensato per anni e la mia passione tennistica si è sempre indirizzata su giocatori come Adriano Panatta che poteva vincere e perdere con chiunque. L’ho amato e l’ho odiato per questo.

Del resto era l’unico italiano che avevo visto trionfare a Roma e in uno Slam. Per un cinquantennio avevo aspettato qualcuno che lo imitasse e alla fine mi ero rassegnato al fatto che unico sarebbe rimasto. Poi è arrivato Sinner e ha ribaltato tutti i miei canoni: il genio sta nella formica, non nella cicala che a forza di cantare si dimentica l’inverno. Il talento non è figlio del caos, ma dell’ordine, della capacità di metterlo a frutto, un passo dopo l’altro. Anche Tolstoj faceva fatica a scrivere: diffidate di chi si proclama capace di produrre venti pagine al giorno. Se le vuoi buone, venti non le scrivi mai.

Il genio non è per forza sregolatezza: può nascondersi in un tinello, può prendere l’autobus, metter su una famiglia regolare. Ma non per questo diventa facile esserlo, anzi è addirittura più difficile: l’impegno cresce, la tensione non si scarica, come magari succedeva a Panatta andando in discoteca o perdendo con un polacco ignoto.

Perché il genio “regolato” cerca la perfezione, e la perfezione, lo sappiamo tutti, non esiste. Può esserci un momento, un gesto, persino un game perfetto. Poi si sbaglia. Anche Sinner, che però non smette di cercarla, quella perfezione impossibile. Nonostante la sua apparente tranquillità, la razionalità che cerca di esprimere, la normalità in cui si rifugia.

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Ma lui si aspetta la perfezione e pensa che gli altri se l’aspettino da lui, soprattutto a Roma dove un italiano non vinceva da cinquant’anni. Sinner dice che la passione è un privilegio. Ma è anche un peso. E quando qualcosa va storto, può succedere che un meccanismo si inceppi anche dentro di lui, che il respiro, per esempio, si blocchi. Le crisi di panico arrivano per chiunque. La differenza è come le affronti.

La vittoria contro Ruud è figlia della sua capacità di uscire dalla buca in cui si era ritrovato nella partita con Medvedev. Venerdì sera ero al Foro Italico e all’inizio del terzo set mi sono alzato e sono uscito dal campo Centrale: non reggevo la tensione, non volevo vederlo perdere. Perché che avrebbe perso ero certo.

Però se sei un genio non ti arrendi. Scavi, e in fondo, dove sembrava tutto vuoto, trovi quel pugno di energie che ti fa tornare in superficie. Così ha fatto Sinner che avrebbe vinto anche se non avesse cominciato a piovere. La sua lezione per tutti noi è questa: il genio non è un rovescio a una mano o una smorzata riuscita. Il genio è non arrendersi mai. Il genio è vincere gli Internazionali d’Italia cinquant’anni dopo Panatta.

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