La crescita economica è considerata sempre più necessaria per rafforzare la posizione dell’Europa in un mondo instabile. È questo uno dei presupposti più ricorrenti del dibattito sul futuro dell’Unione. Tuttavia, oggi il problema non riguarda soltanto la capacità europea di crescere, investire e competere. Riguarda anche il modo in cui i costi e i benefici delle dinamiche economiche vengono distribuiti tra gruppi sociali, generazioni e territori.
Anche il discorso pronunciato da Mario Draghi ad Aquisgrana si inserisce dentro questa discussione. Molti dei temi sollevati appaiono condivisibili. La necessità di rilanciare gli investimenti europei, rafforzare la capacità industriale del continente e affrontare con maggiore unità le sfide geopolitiche sono risposte necessarie a problemi reali.

Eppure, dentro una diagnosi ampia e lucida, c’è un’assenza significativa. Il tema delle disuguaglianze resta sullo sfondo, mentre dovrebbe essere uno degli assi centrali della discussione europea. Draghi afferma: «La crescita è la precondizione per tutto ciò che l’Europa dice oggi di dover fare». È vero. Ma l’esperienza europea degli ultimi anni mostra anche che crescita, stabilità e coesione sociale non coincidono automaticamente. In molti casi, le risposte europee alle crisi economiche hanno finito per ampliare disuguaglianze già esistenti, sia tra Paesi sia all’interno dei singoli Stati europei.
il rapporto
Dodici ricchi possiedono più di 4,1 miliardi di persone, la ricetta Oxfam contro le disuguaglianze
DAL NOSTRO INVIATO FABRIZIO GORIA

L’inflazione rende ancora più evidente la centralità del tema delle disuguaglianze. Gli shock economici gravano soprattutto su chi ha meno margini di reddito, meno risparmi e minori possibilità di proteggersi dall’aumento dei prezzi. L’aumento del costo dell’energia, della casa e dei beni essenziali ha ampliato le difficoltà economiche di molte famiglie con redditi bassi e medi. Lo mostrano anche i dati più recenti diffusi dall’Istat, che registrano una nuova accelerazione dei prezzi trainata soprattutto dall’aumento dei prezzi di alimentari ed energia, ossia le voci che incidono maggiormente sui bilanci delle famiglie più fragili.

Dunque, la solidarietà europea, richiamata da Draghi tra i valori fondativi dell’Unione insieme a democrazia e stato di diritto, non può restare soltanto un principio evocato nelle grandi crisi. Deve diventare anche la capacità concreta di ridurre le disuguaglianze che attraversano il continente. Questo vale ancora di più per le disuguaglianze territoriali. Le transizioni verde e digitale rischiano di rafforzare i divari tra regioni forti e regioni fragili, tra grandi aree urbane e periferie, tra territori capaci di attrarre investimenti e altri che perdono popolazione, lavoro e servizi. Senza una strategia esplicita di coesione sociale e territoriale, le grandi trasformazioni indicate da Draghi produrranno inevitabilmente nuove fratture.

La questione è profondamente politica. Un’Europa percepita come capace di proteggere soltanto mercati, industrie e competitività difficilmente potrà rafforzare il proprio consenso democratico. Se invece si vuole davvero costruire quella solidarietà che appartiene ai valori fondativi europei, la riduzione delle disuguaglianze deve diventare una priorità politica, non un tema secondario rispetto alla crescita. È una condizione essenziale della stessa stabilità economica e democratica dell’Europa. Senza coesione, la crescita europea sarà reale per alcuni, invisibile per molti.
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