Lino Banfi: “Cacciato dal seminario, spiavo le suore. La mia vocazione era far ridere gli altri”

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È una capatosta, Lino Banfi. Lo è da quasi un secolo. Lo era a sette anni, quando cercava di strappare un sorriso ai bambini nascosti nelle campagne pugliesi sotto le bombe. Lo era quando fu cacciato dal seminario perché spiava le suore di clausura e a Canosa nessuno – ma proprio nessuno – credeva che ce l’avrebbe fatta. Lo è oggi, sulla soglia dei novant’anni che compirà l’11 luglio, mentre la Sala Oro dell’Oval del Salone del Libro di Torino si alza in piedi per una standing ovation che dura, dura, dura. E non vuole finire. Lui si scioglie: «Io ho 90 anni, mi fate piangere».

File intere di spettatori sanno a memoria le sue battute. Lo accolgono con la confidenza di un nonno di famiglia. Lui ricambia: «Non c’è una formica al mondo che non mi conosca. Possono dire che non piaccio, ma mi conoscono tutti». Un vizio? La colazione di pane e ricci di mare: «Vuoi mettere al posto di un cappuccino?». Entra a passo lento, sgrana gli occhi sulla poltrona: «Se mi siedo, si vede che sono grasso. Questi dettagli dovevamo stabilirli prima». Boato. Poi rivela: «Come Banfi mi avete omaggiato. Ma oggi è il mio onomastico: Pasquale Zagaria, il mio vero nome». Ancora applausi.

A intervistarlo Renato Franco e Nicola Lagioia. Sul tavolo 90, non mi fai paura! scritto con Fabio Marchese Ragona.

Parte con un aneddoto su Papa Francesco. «Ero con Ragona, dissi: ci starebbe bene una bella fotografia. Ma nessuno dei due aveva il telefono. Si offre una guardia svizzera, diventa rossa, penso sia emozionata per la vicinanza al Papa. Mi spiega: Sono svizzero, ma mia madre è di Cerignola». Risate. Poi, confessa: «Non ho avuto fanciullezza. Una vita intera a far ridere gli altri. Ma a me, chi chezz mi ha mai fatto ridere?». Silenzio. Faceva ridere anche in seminario.

«Con Scardi, diventato cardiochirurgo a Torino, salivamo sul cornicione per spiare le suore. Ne conoscevamo solo la mano che ci serviva i pasti: fantasie da quattordicenni». Li cacciano. Il vescovo Giuseppe Di Donna, oggi venerato come santo, lo consola: «Meglio due fuori dal seminario che due cattivi sacerdoti domani. Figliuolo, la tua vocazione non è il sacerdozio: è divertire la gente». È la frase che gli cambia la vita. Ma il padre non l’accetta. «Mi mandava a chiamare da polizia e carabinieri. Io guardavo Manfredi e gli altri e dicevo: diventerò famoso, con quelli lavorerò. In paese mi guardavano diffidenti. Nemo propheta in patria».

Sale a Milano e dorme nei vagoni dei treni. «Non avevo soldi e poi ovunque c’era scritto “non si affittano camere ai meridionali”. Una cosa brutta. Spero non succeda mai più. Io però, manco morto, tornavo in Puglia». Per una settimana di letto vero e pasti caldi si fa togliere le tonsille. «Mi dissero: tanto non servono, almeno stai al caldo. In convalescenza però non puoi mangiare. Allora mi ricordai cosa diceva mio padre: quando sei nei guai, racconta la verità. Il medico si commosse: rimani qui una settimana, avrai due pasti caldi al giorno».

Lagioia ricorda di essere stato a una sua proiezione con la nonna quando arrivò il terremoto dell’Irpinia: «Il pubblico rideva così forte che nessuno se ne accorse. Uscimmo e trovammo tutti in strada». Banfi annuisce: «In Croazia i medici dicono che Vieni avanti cretino aiuta i malati di Alzheimer. È terapia». La svolta nel ’79 quando salda i debiti dei cravattari: 700 mila lire diventate 2 milioni e mezzo. Il groppo in gola arriva su Lucia. «Giro intorno al discorso per non parlare di mia moglie, sennò mi commuovo. 61 anni di matrimonio, 10 di fidanzamento. Lei mi rassicurava: Vedrai, pagheremo tutti i debiti. Mi dispiace solo che non abbiamo fatto una crociera». Il consiglio: «Quando vi viene in mente di dire una parola d’amore, ditela». Poi uno stupore intatto, l’incontro con Tarantino: «Mi fece i complimenti. Magari faccio ancora in tempo a girarci un film».

Cosa farà dopo il libro? Un podcast. Il set è pronto, ha preteso una finestra nella sala di registrazione. «Podcast alla pugliese significa “un po’ di casa tua. Un po’ di ches, un po’di cast. Parliamo. Scommetto che qui non ci sono pugliesi». Mezza sala scoppia a ridere. Si rialza, ancora. Resta in piedi, com’è rimasto in piedi a sette anni sotto le bombe, a undici nel seminario, a vent’anni nei vagoni di Milano, a quaranta sotto i cravattari. Pasquale Zagaria di Canosa – il bambino che faceva ridere gli altri senza che nessuno facesse ridere lui – è diventato Oronzo Canà, il commissario Lo Gatto e Auricchio, Nonno Libero. Ha attraversato la commedia sexy e poi l’Italia intera. Da domani sarà una voce dentro una stanza con la finestra aperta. La capatosta pugliese che ha fatto ridere l’Italia ringrazia, commosso. La vecchia promessa del vescovo torna come profezia compiuta: tu devi far divertire la gente. Sempre in piedi.

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