Poiché si teme che fugga o addirittura che ripeta atti atroci come quelli che ha commesso sabato pomeriggio in centro a Modena, Salim El Koudri per ora resta nel posto in cui si trova dalle ore successive alla tentata strage per cui è indagato: il carcere. Probabilmente, però, presto potrebbe essere trasferito, in forma provvisoria e in attesa di processo, presso una residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Oggi le chiamano Rems, prima si chiamavano ospedali psichiatrici giudiziari. Lo ha chiesto il suo avvocato, Fausto Gianelli, e ha in parte acconsentito la Gip, Donatella Pianezzi, che ieri l’ha incontrato, ha preso atto che non intendeva rispondere alle domande che voleva porgli, ne ha convalidato il fermo e ha disposto, come primo passo, che il direttore del penitenziario tenga sotto controllo le sue «condizioni psichiche» e, se lo ritiene necessario, che «lo trasferisca presso reparti specializzati».
il caso
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FILIPPO FIORINI
La giudice, tuttavia, ritiene che, quando si è scagliato sulla folla, il trentunenne italo-marocchino fosse in grado di intendere e di volere, che volesse colpire più persone possibile e che non ci siano elementi per pensare che abbia agito in conseguenza delle patologie che pure gli sono state diagnosticate. «Disturbo schizoide della personalità», da referto del centro di salute mentale che aveva frequentato segretamente a partire dal 2022, e poi abbandonato, smettendo le cure. Il magistrato, infatti, ha rilevato la sua lucidità nel prendere di mira e colpire tutte le persone che passeggiavano o transitavano in bici al sole di maggio tra i negozi della via Emilia.

Poi, il tentativo di riavviare la macchina, dopo che l’aveva schiantata contro una vetrina, causando l’amputazione delle gambe a una donna. Infine, la fuga a piedi e l’aggressione con il coltello a un uomo che lo aveva inseguito e che, insieme ad altri, era riuscito a bloccarlo. Per questo, è indagato anche per lesioni gravissime, ma non gli viene contestato il reato di terrorismo, né l’aggravante della premeditazione. Inoltre è nato a Seriate (Bergamo), ma i genitori sono marocchini. Con loro, ogni due anni tornava in patria. Quindi, sussisteva anche il pericolo che si dileguasse.
La difesa ha chiesto una terapia farmacologica
«Sono estremamente soddisfatto che anche la Gip abbia ravvisato, così come avevo fatto io, che è necessario procedere immediatamente a una valutazione del suo stato mentale», ha detto il suo legale, Gianelli, che non si è opposto alla richiesta della pm Monica Bombana di tenerlo in cella. In questa cella e in regime di isolamento, il 31enne che prendeva buoni voti alla facoltà di economia e giocava a calcetto, ma che nell’arco di qualche anno è precipitato in una spirale che l’ha portato a commettere un attentato senza precedenti in Italia, fuma, non sorride mai, ricorda certe cose, ma altre no. La difesa ha chiesto una terapia farmacologica e ha promesso che, se questi medicinali lo aiuteranno a superare lo stato confusionale in cui sembra trovarsi, insisterà perché risponda e spieghi tutto, incominciando dal perché ha agito: anche i magistrati ammettono che il movente resta ignoto.

Poi, il legale chiederà una perizia psichiatrica e, in base all’esito, che «sia trasferito in un luogo più idoneo», ovvero una Rems. Intanto, la Squadra Mobile e la Digos hanno mandato a tradurre i molti manoscritti che hanno trovato sparsi nella casa di Rastellino che divideva con i genitori. La loro quantità è anomala, così come lo è anche il numero di device che Salim El Koudri conservava metodicamente ordinati: vecchi telefoni, nuovi smartphone, laptop, tablet, pc, hard-disk e pendrive. La procura ha disposto che ciò che scriveva sia tradotto e che la sua attività informatica, esaminata: aveva contatti con estremisti? Vedeva video di attentati? Aveva studiato il luogo in cui ha colpito? Queste sono le domande che gli inquirenti pongono ai periti, chiedendo loro di agire in fretta.
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Che Salim El Koudri avesse manifestato odio verso i cristiani, è emerso da alcune email che aveva inviato alla sua università, chiedendo gli fosse trovato un lavoro e minacciando di «bruciare Gesù Cristo». Sono testi che appaiono deliranti almeno quanto le candidature inviate alla base americana di Camp Darby, chiedendo come si mangiava in mensa. Oppure, i post offensivi contro Chiara Ferragni, che considerava ingiustamente ricca, e che gli erano costati la chiusura di alcuni dei vari account social che si era aperto. Sul confine sottile tra malattia mentale, crimine fine a sé stesso e terrorismo, che magistratura, politica e commentatori cercano di tracciare, per lo meno, corre una buona notizia: tutti i feriti sono in via di miglioramento.
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