La destra al bivio della storia, riconciliarsi con la Repubblica o scegliere un’identità diversa

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La serata del 2 giugno nella piazza del Quirinale trasformata in teatro ha messo la destra davanti a uno scomodo specchio: decenni e decenni vissuti da esuli in patria mentre la storia del Paese andava avanti in direzione opposta e contraria. La rinascita dopo la guerra, i grandi scioperi, il Sessantotto, l’onda delle riforme sociali e civili, i grandi cambiamenti del costume, la musica, il cinema, ogni passaggio della festa ha scandito l’estraneità del vecchio mondo degli “sconfitti” al racconto della Repubblica avviato dal referendum istituzionale, anche se a quel referendum gli sconfitti avevano partecipato, anche se ne avevano determinato il risultato voltando le spalle alla monarchia.

Passano sul maxi-schermo le immagini della Costituente, e la destra non c’era. Passano i grandi raduni per il divorzio, e la destra stava dall’altra parte. La scala mobile, l’obiezione di coscienza, l’abolizione del reato di aborto, le minigonne e la fantasia al potere. Persino “C’era un ragazzo” di Gianni Morandi e l’indimenticata Caruso di Lucio Dalla arrivano da una sensibilità diversa, la guerra del Vietnam per cui la destra tifò in odio ai capelloni di Berkeley, l’emigrazione italiana in America a cui la destra fu vicina salvo dimenticarsene quando immigrati arrivarono da noi, con le loro abitudini strane. E poi Elsa Morante, Alda Merini, Paola Cortellesi col suo monologo e la giovane partigiana Mimma: una immaginaria terrazza dove la destra non ha trovato mai posto, un po’ per sua scelta, un po’ per lo sbarramento degli avversari. E tuttavia quella storia esiste e la pedagogia inclusiva della festa la squaderna con un messaggio chiaro. La storia, oggi, in Italia, siete anche voi. È la rappresentazione del bivio che la destra dovrà affrontare nell’immediato futuro, perché adesso che è al governo con buone chance di restarci, adesso che la vittoria non è più un episodio ma un dato consolidato da cinque anni di stabilità e ottimi sondaggi, dovrà decidere se e come riconciliare il suo elettorato con il percorso e le scelte che hanno formato la Repubblica, oppure se andare da un’altra parte in nome di una diversa identità originaria.

Il video che Giorgia Meloni ha commissionato e diffuso per il 2 giugno, riallacciando la sua nomina a premier con il sogno delle donne chiamate finalmente alle urne, sembra muoversi nella prima direzione. Ma la scena complessiva in cui la destra agisce dice altro. Dice di una nuova star, il generale Roberto Vannacci, che accarezza sentimenti reazionari d’antan con il suo racconto antifemminista (“le fattucchiere”), omofobo, ai limiti del razzismo. Dice di un vice-premier, Matteo Salvini, che si sottrae alle cerimonie dell’anniversario e non nasconde le sue simpatie per l’autocrazia putiniana. Dice di relazioni privilegiate con il mondo trumpiano e dell’uso dei temi etici – lo spettro della cancel culture, della gender theory, dell’ideologia woke – per giustificare un fronte comune con l’universo Maga e i suoi broligarchi che altrimenti non potrebbe più essere spiegato. Dice, anche, della percezione opportunista di tutto ciò: funziona, porta voti, quindi teniamocelo.

La trasformazione della Repubblica è in corso da un pezzo, e poco c’entrano le riforme costituzionali (al momento archiviate dal voto referendario sulla giustizia). È una generale modifica del senso comune che ha creato una nuova e più larga platea di esuli in patria, animati da sentimenti di esclusione e di rabbia. Lo tsunami del Movimento Cinque Stelle ha dimostrato quanto sia vasta quest’area, e quanto sia difficile contenerla per i vecchi custodi della storia repubblicana. Cavalcare quel tipo di emozione per la destra è stato facile, conosceva quello stato d’animo, quella disordinata ostilità per il potere incarnato dalle istituzioni della democrazia. Ma adesso nella storia della democrazia italiana c’è anche lei, e dovrà decidere come gestirla, se in nome di una riconciliazione di valori e percorsi o continuando a coltivare il “noi e loro”.

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