La vicenda di cinque ragazze che hanno trasformato la sciagura del granchio blu in business fortunato, premiato all’estero e da qualche giorno anche riconosciuto tra le dieci migliori start-up femmminili d’Italia, va fatta risalire a una passione: quella di Carlotta Santolini per il mare. È viaggiando in barca a vela attorno all’Italia che, nel 2021, come parte dei suoi studi di biologia marina, cambiamento climatico e sviluppo sostenibile ha «iniziato a parlare con i pescatori» e «lì, tutto è iniziato». Questa riminese di 27 anni si è trovata davanti al fenomeno incipiente di una specie che colonizzava un mondo nuovo, il Mediterraneo improvvisamente surriscaldato, e divorava l’ambiente autoctono. Vedendolo, però, ha pensato che ci fosse del potenziale, quindi ha messo insieme quattro amiche con professionalità diverse e, come spiega lei stessa, hanno «creato da zero la filiera».
Callinectes sapidus: l’etimo greco del suo nome scientifico dice del granchio blu quello che le Mariscadoras per prime hanno compreso: bello, grande nuotatore e saporito. La loro attività, così chiamata in onore delle stoiche pescatrici di riva galiziane, si è occupata prima di convincere i pescatori dell’Adriatico a non rigettare in mare i granchi (considerati all’epoca completamente inutili alla gastronomia), poi hanno messo le cooperative degli uomini di mare in contatto con la loro azienda partner per la trasformazione e, da lì, il prodotto lavorato viene esportato principalmente negli Stati Uniti e in Korea, dove è considerato da tempo un piatto prelibato e dove loro vanno un paio di volte l’anno, per incontrare i clienti e ritirare premi all’innovazione.
Tuttavia, Mariscadoras, che lavora anche con il marchio Blue Eat, è un progetto che va parecchio oltre il commercio estero. Hanno inventato dal nulla una gamma di ricette prelibate a base di granchio blu, che portano in giro per l’Italia con un food truck. «All’inizio c’era scetticismo, oggi che ci invitano a moltissimi eventi, possiamo dire che le persone si incuriosiscono, assaggiano i nostri piatti e il giorno dopo ritornano per mangiarne ancora», spiega Carlotta.
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La squadra, oltre che da lei stessa, è fatta da Ilaria Cappuccini, che è la chef e cura la comunicazione, Matilda Banchetti, che studia ingegneria gestionale e segue la parte logistico-amministrativa, Giulia Ricci, che con la sua laurea in economia controlla i conti e il marketing, nonché da Alice Pani, antropologa ed esperta di bandi. Con le specializzazioni di quest’ultima tra le Mariscadoras, si arriva ad alcuni degli aspetti più rilevanti di un’attività che, nata e cresciuta femmina in un modo (quello della pesca) ancora prettamente maschile, ha molto a cuore la parità di genere e la sostenibilità.
Il bando Brava Innovation Hub in cui il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha selezionato e finanzierà le dieci migliori aziende a conduzione femminile del Paese, lo hanno vinto presentando un progetto di sfruttamento per gli scarti del granchio. «Il surplus ha un costo importante, perché si perde circa il 50% nella lavorazione – ragiona Santolini – quindi, stiamo sviluppando principalmente due soluzioni. Una, è quella di produrre mattoni con il granchio blu. La seconda è una bioplastica ricavata dal carapace, con la quale imballeremo i nostri prodotti per l’esportazione».
LO STUDIO
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Con i 40 mila euro assegnati dall’iniziativa di sostengo (sono fondi Pnrr), intendono proprio «avviare le collaborazioni e attivare i test per capire se il progetto è sostenibile a livello economico». Il primo prototipo gli arriverà nel 2027, Insieme alla loro, cinque delle dieci start-up vincitrici del bando Brava, sono sorte in seno al Politecnico di Torino. Si tratta di AgerTech, Hematica, Hipparcos, G2Q Computing e PoliRNA.
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