L’assalto di Salvini e l’ok di Meloni: così Donnarumma è stato silurato da Fs

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L’amministratore delegato di Anas, Claudio Andrea Gemme, pochi minuti prima delle 11 di ieri mattina, pubblica per errore sul proprio stato WhatsApp la convocazione della riunione di Donnarumma alla stazione Termini di Roma con i manager di primo piano del gruppo e delle controllate. Un gesto involontario — Gemme probabilmente voleva inviare quel messaggio in una chat privata — tanto che poco dopo lo stato viene rimosso. Ma quella traccia digitale finisce per raccontare molto più del previsto: perché quella riunione, ufficialmente convocata per discutere questioni tecniche, si trasformerà nel commiato di Stefano Donnarumma.

L’esito della mattinata, in realtà, è già scritto da ore. L’amministratore delegato ha infatti trovato un accordo con il Mit per un’uscita “ordinata” da Fs, evitando lo scenario più traumatico delle dimissioni di massa del consiglio di amministrazione, opzione che Palazzo Chigi voleva scongiurare.

La sequenza degli eventi si mette in moto già alle 9. 30 del mattino: Salvini arriva nella sede di Ferrovie dello Stato e, insieme a Donnarumma, si sposta alla stazione Termini, dove i due si chiudono nella sala di Rfi per affrontare gli ultimi nodi ancora aperti. Sul tavolo non ci sono più scenari alternativi, ma soltanto i dettagli dell’uscita. Le dimissioni sono pronte da giorni, come già anticipato da questo giornale: il destino di Donnarumma è segnato da tempo. Il colloquio serve anche a chiudere la trattativa sulla buonuscita, che dovrebbe superare il milione e mezzo di euro.

Il vertice con il management, a cui partecipano una quindicina di dirigenti, inizia alle 13. 30 e dura meno di un’ora: quello che doveva essere un punto della situazione sull’estate si trasforma invece in un saluto formale. Donnarumma si congeda spiegando che il suo addio è «una scelta presa d’accordo con il Mit e per il bene dell’azienda», sigillando così una decisione già maturata ai piani alti del governo.

Il ministro Salvini ha incassato il via libera della premier Meloni, che aveva chiesto di evitare strappi plateali — come una sfiducia in cda — e di gestire la transizione senza contraccolpi pubblici. Linea rispettata. Per il leader della Lega si tratta anche di una boccata d’ossigeno politica, in un momento segnato dalle tensioni interne al partito e dalla sfida elettorale rappresentata da Roberto Vannacci.

La sostituzione di Donnarumma può così essere rivendicata come un atto decisionista, utile a chiudere una stagione segnata da guasti e ritardi. Il Mit ha già iniziato a costruire la narrazione della “fase 2”, ma dietro l’uscita dell’attuale amministratore delegato pesano soprattutto le frizioni sulle linee strategiche del gruppo, più che le criticità operative — dai furti di rame ai problemi elettrici legati al caldo — che con ogni probabilità si ripresenteranno anche in futuro.

I dossier su cui si è consumato lo scontro con l’azionista, il Mef, sono diversi. In primo luogo la Rab, il progetto di valorizzazione della rete ferroviaria attraverso l’apertura a capitali privati, anche esteri, ipotesi mai digerita da Giancarlo Giorgetti, che un mese fa aveva pubblicamente ammonito Donnarumma durante un convegno alla Camera.

Il ministro dell’Economia ha poi osteggiato due operazioni di acquisizione: quella di Titagarh Firema, specializzata nel materiale rotabile, e quella dell’impresa Pizzarotti nel settore delle infrastrutture ferroviarie. Non solo: Giorgetti si è mostrato contrario anche alla partnership con il fondo americano Certares, un’alleanza da un miliardo di euro pensata per espandere l’Alta Velocità in Francia. Infine, dal Mef è arrivato lo stop al progetto di creare una società di venture capital.

Le tensioni, però, affondano le radici nei mesi precedenti: quando Donnarumma, a dicembre 2024 — sei mesi dopo l’inizio del mandato — indica al Mef i vertici di Anas, Rfi e Trenitalia, quelle nomine restano bloccate per tre mesi nei cassetti di via XX Settembre. Il rapporto precipita definitivamente nelle ultime settimane: le dimissioni della consigliera in quota Mef Tiziana De Luca, seguite da quelle di Caterina Belletti, riducono il consiglio da sette a cinque membri, alimentando le indiscrezioni su un possibile ribaltone.

Le prossime tappe sono già scandite. Il 23 luglio il Tesoro convocherà il cda, in cui saranno formalizzate le dimissioni di Donnarumma e indicato il nuovo amministratore, destinato a insediarsi il primo luglio: in pole position c’è l’attuale numero uno di Trenitalia, Gianpiero Strisciuglio, espressione dell’area leghista. Al Mit non sembrano pesare le vicende giudiziarie legate al rinvio a giudizio per la strage di Brandizzo, considerato che all’epoca il manager era alla guida di Rfi da appena tre mesi, subentrato a Vera Fiorani.

Il futuro di Donnarumma resta invece incerto. Si era ipotizzato un suo approdo a Fibercop, la società proprietaria della ex rete di Tim, oggi sotto il controllo del fondo americano Kkr. Il governo detiene una quota del 16% e potrebbe quindi avere un ruolo nella partita

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