Dai tùtoli del mais ai gusci di nocciole, l’azienda dove si trasforma il fango in oro

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Può capitare che una modella da riviste patinate, con la crema di bellezza stia spalmando sul viso pure un coibente ricavato da una delle parti meno nobili della pannocchia di granoturco, il tùtolo (tutùlu in piemontese), trattato da oltre mezzo secolo negli impianti di Agrindustria in San Benigno, frazione di Cuneo. Una trentina di dipendenti in una società fondata nel 1985 dai coniugi Giuseppe Tecco e Silvana Bianco e tuttora in espansione. «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior», cantava Fabrizio De Andrè dal 1967 e a quei versi s’ispirò il trentenne Beppe Tecco dedicandosi al recupero e alla trasformazione di un «rifiuto» delle lavorazioni agricole che nelle cascine creava problemi di smaltimento, con enormi quantitativi ammucchiati nelle aie dopo la trebbiatura delle pannocchie di mais essiccate. Un rifiuto non utile a concimare come il letame citato da De Andrè, che gli agricoltori bruciavano in grandi falò.

Beppe, nato nel 1955 nel chiabotto di Cichin a San Benigno, terzo di altri cinque fratelli e sorelle, perito agrario a Lombriasco, studente alla facoltà di Agraria di Torino e tecnico istruttore della Coldiretti, aveva ben presente la problematica di quei rifiuti, fin da quando nelle vacanze estive il papà lo «aggiustava» con i mandriani in alpeggio. Poi, nel 1976, scampò fortunosamente al terremoto del Friuli dov’era artigliere alpino. «La mattina del 6 maggio il nostro gruppo fu trasferito a Varese per una gara podistica e la notte il terremoto sbriciolò la nostra caserma a Gemona».

Il trattamento dei tùtoli

Nel 1984 Beppe convola a nozze con la ragioniera dronerese Silvana Bianco e l’anno dopo decidono di tentare insieme l’avventura imprenditoriale per trattare i tùtoli. «Convinsi gli agricoltori a portarmeli per 2.000 lire il quintale – racconta – e cominciammo a triturarli nelle piccole dimensioni indicate dai mangimifici, che miscelavano il prodotto con i pastoni per agevolare la digestione dei ruminanti». Così la fibra cellulosica dei tùtoli tornava poi nei campi come letame, la cosiddetta «economia circolare».

Tutùlu everywhere and forever

Agrindustria si sviluppa e diversifica le tipologie dei molini. «L’industria metallurgica ci ha chiesto di macinare i tùtoli in micropalline utili a levigare le superfici metalliche, mentre quella cosmetica desidera pezzature mignon da miscelare alle creme per il corpo e ai saponi lavamani». Insomma, «Tutùlu everywhere and forever», per dirla in anglo-piemontese. Nel frattempo diminuiscono le riserve di tùtoli nelle cascine, pianta e pannocchie di mais vengono trinciati come mangime e Agrindustria si rifornisce dai produttori di semi di mais della bassa padana. Ma Beppe è attento a cogliere ogni opportunità per riciclare i rifiuti agricoli e nota in giro montagne di vinaccioli e gusci di nocciole e mandorle. Le ammucchia nei suoi capannoni schermati da filari di alberi come il vialetto che conduce alla fabbrica, studia il recupero con il mulino adatto e procede. Alcune polveri vengono ridotte in cilindretti di pellet: «Metodo inventato in America – racconta -. Misceliamo la polvere con acqua e gli estrusori trasformano la poltiglia in pellet, senza colle».


Molini che macinano, frantumano, granulano, micronizzano, estrusori, magazzini su uno spazio di 50.000 mq, di cui 8000 coperti, vetrinette con i campioni di tutte le tipologie ricavate dai «rifiuti». Un fatturato annuo di 6 milioni di euro, che l’attenta Silvana amministra con cura.

L’impegno politico, dal Comune a Mastella

Per Beppe ci fu pure una parentesi di impegno politico: «Nel 1998 mi candidai al Comune nella lista “Cuneo solidale” in appoggio al sindaco Rostagno». Eletto con molte preferenze che nel 2002 diventarono una valanga e il sindaco Valmaggia nominò Tecco assessore all’Agricoltura e Commercio. «Partecipavamo al partito della Margherita, ma quando questo fondò il Partito Democratico con i Ds, io, di antica famiglia democristiana, non aderii. Mi contattò il ministro Clemente Mastella per un nuovo partito di centro, mi parve una buona idea, aderii, fui candidato al Senato, ma quella forza politica non decollò e io non fui eletto. Continuai a dedicarmi all’azienda, che da allora si è ulteriormente ampliata».

La laurea mancata

Gli mancano 16 dei 31 esami previsti per laurearsi in Agraria, ma non trova mai il tempo per ricominciare a studiare. La loro figlia Sara si sta specializzando in Medicina, intanto Beppe, Silvana e i dipendenti prevalentemente di San Benigno e Oltrestura, con «la natura come partner» coltivano «i fiori del male» come li intendeva il poeta Charles Baudelaire nell’800, prima ancora di De Andrè: «Mi hai dato il fango, io ne ho fatto oro».

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