Marine Le Pen, i leader populisti risorgono dalle loro ceneri

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Marine Le Pen ritorna in gioco per le presidenziali francesi del 2027 e con lei cerca una seconda vita l’intero sovranismo europeo. Il tribunale che ha ridotto a due anni la condanna per distrazione dei fondi europei ha agito, in tutta evidenza, per non concedere a Le Pen il ruolo della martire che avrebbe avvantaggiato il suo partito e il suo delfino Jordan Bardella. Ma, ben oltre la vicenda giudiziaria, la decisione mette in luce due elementi importanti. Il primo è la straordinaria resilienza del mondo sovranista che ha attraversato insuccessi, crisi interne e scandali enormi senza esserne toccato sotto il profilo del consenso. L’altro dato è la capacità di auto-rigenerazione che ha trasformato soggetti di destra radicale, spesso portatori di proposte al limite del racconto democratico, in forze popolari stabilmente quotate tra il 20 e il 30 percento. Non meteore, ma presenze durature da dieci, quindici, vent’anni. Presenze con cui si devono fare i conti.

La rivincita giudiziaria di Le Pen segna la resurrezione della prima e più rilevante leader nazionalista dell’Unione, una signora in campo con furbizia e determinazione fin dal 1986, erede di un partito totalmente emarginato che ha saputo trasformare in soggetto determinante della scena francese. Per singolare coincidenza, nella stessa giornata, è risorto dalle ceneri anche l’altro senior partner del sovranismo continentale, Nigel Farage, travolto pure lui da uno scandalo economico per cinque milioni di sterline incassati e non dichiarati. Rischiava l’espulsione ma ha giocato d’anticipo: si è dimesso dal Parlamento e allo stesso tempo ha annunciato che correrà per riprendersi il seggio alle suppletive di Clacton. Sarà il voto popolare, ha detto, a riabilitare il suo nome e a ristabilire il suo diritto a restare da protagonista nella politica britannica, dove Reform Uk è stabilmente in testa ai sondaggi. Anche lui è in campo dal 1992, un trentennio. Ha vinto, ha perso, ha lasciato la politica, è tornato. Anche lui ha radicalmente modificato il contesto politico del suo Paese.

La seconda vita dei sovranisti europei ricomincia da queste due vicende parallele, in modo alquanto sorprendente visti i rovesci che hanno segnato il 2026 dei nuovi nazionalisti. Sono stati creduti morti quando l’effetto boomerang della presidenza di Donald Trump si è abbattuto sul mondo libero a ogni latitudine, obbligando i vecchi amici del mondo Maga (Le Pen e Farage prima di tutti) a prendere le distanze. Sono stati creduti morti quando il più compromesso di loro, Viktor Orban, il solo ad aver mantenuto la postura filo-putiniana e filo-trumpiana, ha perso le elezioni in modo clamoroso. Sono stati creduti morti quando il loro grande nemico, l’Europa, ha ricominciato a dare segni di vitalità e a cercare una strategia comune per difendersi, commerciare, crescere. E invece sono ancora lì, travolti da scandali imponenti e da fondati sospetti di relazioni opache con forze extra-nazionali ma comunque vivi, vegeti e assai combattivi.

La loro inossidabile tenuta conferma l’ipoteca che grava sul futuro europeo e sui tentativi di dare una risposta unitaria al disimpegno americano e all’aggressione russa ai confini dell’Unione. Se Le Pen nel prossimo aprile, al quarto tentativo, riuscirà nell’impresa di conquistare la presidenza francese, addio Volenterosi, addio treni per Kiev, addio cooperazione sulle armi, sull’intelligenza artificiale, sulla risposta alle crisi, addio al famoso motore franco-tedesco e quindi al solo motore che riesce da anni a spingere l’Unione in qualche direzione. Se Farage continuerà la sua cavalcata, addio alla marcia di riavvicinamento tra la Gran Bretagna e l’Europa in nome dei comuni interessi di commercio e difesa. Con un ovvio dubbio che comincia a farsi strada tra chiunque tifi per un’Europa più forte e autosufficiente: ma davvero questi sono geni della politica? O sono i loro competitori a non essere all’altezza del ruolo che la storia gli ha assegnato?

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