Ranucci-Lavitola, il giallo del movente. Fugge l’uomo che mediò con gli attentatori

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Valter Lavitola è un faccendiere che sussurra a politici e imprenditori e che, spregiudicato, tiene insieme mondi lontani. Compreso quello della criminalità. Gomes Tavares Clesio invece è un cameriere che conosce i bassifondi campani e ha contatti con mercenari disposti, per poche migliaia di euro, a piazzare bombe e gambizzare le persone.

Ora è fuggito in Camerun. Questi i profili del mandante e del mediatore dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci, almeno secondo la ricostruzione della procura di Roma. Manca il movente. Perché Lavitola, imprenditore, ristoratore, massone, finito al centro di numerose vicende giudiziarie che hanno contraddistinto la storia del Paese, ha voluto colpire il conduttore di Report?

Ranucci lo definisce «un amico». E a sentirlo accusato di essere la “mente” dell’attentato del 16 ottobre 2025, fuori dalla sua casa di Pomezia, trasecola: «Sono sconcertato. Sono certo che non avrebbe mai voluto fare del male né a me né alla mia famiglia». Eppure nelle carte dell’inchiesta è scritto altro: «Valter Lavitola ha dato mandato a Gomes Tavares Clesio di trovare dei soggetti in grado di reperire esplosivo e farlo esplodere davanti all’abitazione del giornalista». Voleva colpirlo, questa la tesi degli inquirenti. Minacciarlo, intimidirlo, chissà.

Ranucci è costernato: «Con Lavitola ci sentiamo spesso. Parliamo di politica, degli attacchi nei miei confronti, mi ha pure chiesto consigli su alcuni progetti. Negli anni abbiamo creato un rapporto solido ed è anche stato fonte di Report su alcune inchieste, come quella sugli appalti dei canadair e degli elicotteri che spengono gli incendi boschivi». Nessun rapporto oscuro. «Ci siamo sempre visti al ristorante, nulla di strano. Sono anni che mi muovo sempre e solo con la scorta», sottolinea il volto di RaiTre. E specifica: «Lavitola ha rapporti con me, come con tanti altri giornalisti». Ranucci ha una sua tesi: «Quella bomba? Penso fosse un messaggio indirizzato ad altri. Un messaggio da inviare a qualcuno tramite me. Probabilmente per farlo stare zitto e non farmi arrivare certe notizie».

Davanti a chi vorrebbe chiarimenti, Lavitola è schivo: «Amico di Ranucci? Chiedete a lui». Perché piazzare una bomba fuori dalla casa del giornalista? «Non ho idea del motivo». Questa la versione che fornisce a chi lo conosce bene. Risposte evasive, decisamente insufficienti rispetto a quelle che dovrà fornire oggi, durante l’interrogatorio davanti al pubblico ministero Edoardo De Santis (che ha ereditato l’inchiesta dal collega Carlo Villani).

Secondo l’impostazione della procura, il faccendiere, che dopo il carcere ha aperto una pescheria bistrot nel quartiere di Monteverde a Roma per iniziare una nuova vita, si sarebbe affidato a un suo dipendente per trovare qualcuno disposto a maneggiare esplosivi. Il tramite tra l’imprenditore, una volta vicinissimo al fondatore di Forza Italia Silvio Berlusconi, e quattro criminali campani, sarebbe stato il quarantasettenne Gomes Tavares Clesio.

Dal 2017 lavora al ristorante di pesce Cefalù Bistrò e con Lavitola si conoscono bene. Le telefonate e i messaggi tra i due ora sono al vaglio degli inquirenti. Come un dettaglio: il 15 settembre 2025, un mese prima dell’attentato, i loro telefoni agganciano le celle vicino a casa di Ranucci. Un episodio che nelle carte dell’inchiesta ha una definizione chiara: «Sopralluogo». La tesi dell’accusa è la seguente: Lavitola è il mandante, Gomes l’intermediario e quattro criminali campani gli esecutori. Tutti accusati, a vario titolo, di strage, detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dal metodo mafioso, in concorso.

Resta da ricostruire il movente e l’interrogativo diventa un assist per la polemica politica. Da Fratelli d’Italia attaccano: «Dopo mesi di accuse e illazioni contro il governo Meloni, alla fine il presunto mandante sarebbe un amico di Ranucci, Lavitola, già condannato in passato. Andiamo fino in fondo. Vogliamo la verità». E rilanciano: «Questo scenario smentirebbe i vergognosi teoremi che qualcuno ha provato a imbastire, relativi a un collegamento tra la bomba ed esponenti della maggioranza».

L’account ufficiale di Atreju, la festa di FdI, ironizza: «Anche a voi è successo nella vita che un vostro amico vi ha messo una bomba sotto casa?».Recriminazioni a parte, il quesito sul movente dell’attentato a Ranucci rimane aperto. E i magistrati di piazzale Clodio analizzano ogni aspetto: inchieste della trasmissione di RaiTre, contatti, vecchi e nuovi rancori.

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