Non suscita alcuna meraviglia che non sia uscito nulla, o quasi nulla dalla riunione di maggioranza convocata in fretta da Meloni al ritorno dal vertice Nato di Ankara. La premier ha ricordato a tutti – «e prima di tutti a se stessa», ha commentato maliziosamente uno dei presenti – che da ora in poi sarà la politica interna, e non quella internazionale, la prima sfida del governo. E come prova di questa novità ha annunciato che avrebbe mandato Tajani a rappresentarla nel successivo appuntamento sull’Ucraina.
Poi ha aperto la discussione sui due problemi che considera decisivi da affrontare, specie da quando (ma questo non lo ha detto) Vannacci colpisce al fianco la coalizione proprio su questo terreno, provocando conseguenze pesanti nei sondaggi per la Lega e presto anche per Fratelli d’Italia.
Si è discusso della possibilità di riempire di soldati le stazioni, ritrovi per eccellenza di criminalità micro e non tanto micro. Si sa che il ministro dell’Interno Piantedosi è a favore, quello della Difesa Crosetto no. Si è parlato della scarsa riuscita dei centri per il rimpatrio di immigrati clandestini in Albania, con Meloni che si sente un’anticipatrice del dibattito sulla Remigration che adesso aleggia in Europa.
Ma neppure questo secondo argomento è stato, per così dire, produttivo di alternative e soluzioni concrete. La discussione è andata avanti così, con la consapevolezza di tutti che sicurezza e immigrazione saranno i grandi temi della campagna elettorale sostanzialmente già aperta, ma senza quello che una volta si definiva il classico “colpo d’ala”.

La ragione di tutto questo sta nel fatto che nessuno, a partire dall’interessato numero uno, aveva voglia di affrontare il vero problema che Meloni e il governo hanno davanti: e cioè il ritorno di Salvini al Viminale, ora che si è liberato delle imputazioni e processi che aveva collezionato nella sua prima esperienza come ministro dell’Interno.
Una svolta del genere, Salvini la considera l’unico antidoto alla crisi del suo partito e al sorpasso che Vannacci gli ha ormai imposto. Ma Meloni teme che possa dargli troppa visibilità, scaricando sul suo partito la concorrenza di quello del generale. In altre parole: se Vannacci rosicchia consensi a Salvini e questi a Meloni, si crea un triangolo maledetto e il problema non si risolve.
Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it






