Zangrillo: “Assumiamo 18 mila agenti per avere città più sicure”

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Le città e i sindaci, da destra a sinistra, sono sempre più affamati di sicurezza e il governo cerca di correre ai ripari per tamponare situazioni quotidiane di emergenza che si dipanano da Nord a Sud. Per soddisfare questa domanda di un maggiore presidio del territorio, il ministro della Pubblica amministrazione (Pa), Paolo Zangrillo, spiega a La Stampa qual è il suo piano per rafforzare il settore della sicurezza e difesa.

Ministro Zangrillo, quante assunzioni pensate di fare e dove?

«Il piano prevede l’inserimento di 17.900 nuovi agenti, distribuiti tra carabinieri, polizia, guardia di finanza. Abbiamo chiuso gli accordi con i sindacati e sono previsti 2.600 euro netti in più all’anno. I nuovi agenti arriveranno in tutta Italia al massimo entro due anni».

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Il caso di Wilma Ignelzi, la donna sequestrata dai rapinatori mentre era sola in casa a Pecetto, sulla collina di Torino, sta facendo discutere. I nuovi agenti arriveranno anche a Torino e in Piemonte?

«Sì. C’è una grande attenzione per le aree metropolitane, dove la domanda di sicurezza dei cittadini richiede risposte pronte e un presidio costante. A Torino verranno assunti agenti in un numero superiore a quello delle uscite previste per i pensionamenti».

Per contrastare la criminalità la Pa si è impegnata anche nel progetto Caivano. Può spiegare di che si tratta?

«Abbiamo portato lo Stato dove sembrava assente con una serie di interventi di informazione, formazione e sensibilizzazione per gli adolescenti. Dopo Caivano abbiamo esteso le iniziative in altre undici aree critiche, tra cui Orta Nova a Foggia e Rosarno-San Ferdinando a Reggio Calabria».

La Pa è stata per anni il simbolo del blocco del turnover, un apparato stanco e invecchiato con dipendenti in età anagrafica avanzata. Cosa sta facendo per svecchiarla?

«Abbiamo ereditato una situazione complessa, da stato comatoso. Venivamo da otto anni di blocco del turnover, un periodo in cui l’amministrazione italiana ha perso 300 mila persone. Ma riducendo i tempi dei concorsi nel triennio 2023-2025 siamo riusciti a inserire 641.000 persone e ora ci si presenta una grande opportunità».


Quale?

«Da qui a sei anni andranno in pensione circa un milione di dipendenti pubblici e al loro posto assumeremo oltre un milione di giovani entro il 2032. Siamo comunque già riusciti ad abbassare l’età media dei dipendenti pubblici: nel 2021 era di 52 anni, ora per la prima volta dopo quindici anni è tornata a scendere a 48 anni».

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«La realtà dei numeri dice altro. Il rapporto tra dipendenti pubblici e residenti in Italia è del 5,8%. Se guardiamo ad altri grandi Paesi europei come Spagna, Francia, Inghilterra o Germania, questo rapporto si aggira attorno al 9%. Siamo il fanalino di coda in Europa in termini quantitativi. Eppure stiamo invertendo la rotta».

Contro i fannulloni lei ha lanciato la riforma sul merito, ma da più parti è stata criticata. Si dice che favorisce l’amichettismo, i rapporti clientelari…

«Non è così: il merito è l’unico ascensore sociale che permette alle persone di sfidarsi e migliorarsi. Ho istituito percorsi di osservazione lunghi e rigidi per i nuovi dirigenti. Chi non sa valutare e non si assume la responsabilità di differenziare i premi, non può dirigere. Le organizzazioni funzionano se le persone si sentono valorizzate. E poi penso che i soldi dello Stato non devono essere distribuiti a pioggia».

Quindi la riforma che aveva fatto il suo predecessore, il ministro Brunetta, non ha portato grandi risultati?

«Quella riforma non ha funzionato. Le racconto un fatto: nella primavera del 2024 la Corte dei Conti mi ha scritto facendo notare che oltre il 90% dei dipendenti pubblici risultava valutato in modo eccellente. Quindi quasi tutti ricevevano premi».

La Pubblica amministrazione è spesso criticata anche per durata inaccettabile dei concorsi. Nel 2021 servivano in media 780 giorni, un tempo che costringeva un giovane uscito dall’università ad aspettare due anni e mezzo per sapere se fosse stato assunto.

«Da qualche anno abbiamo ripensato le procedure in logica digitale, creando il portale unico InPA. Oggi conta 3,2 milioni di cittadini iscritti, e oltre il 60% ha meno di 40 anni. Così attraverso le nuove tecnologie i tempi dei concorsi sono scesi a quattro mesi e mezzo».

Una sfida per la Pa è sicuramente la digitalizzazione e dell’uso dell’intelligenza artificiale nei concorsi. È vero che abolirete i test con le crocette?

«L’Ai deve liberare le persone dai compiti ripetitivi per farle concentrare sul valore aggiunto. Nei concorsi stiamo superando il vecchio modello basato sull’apprendimento mnemonico e sulle crocette. Serve misurare le competenze trasversali e l’attitudine alla soluzione dei problemi. L’Ai ci aiuterà a creare selezioni più mirate e brevi e ad aumentare l’offerta formativa.

La formazione: un altro tasto dolente della Pa ma di cui è carente anche il settore privato. Quale iniziative ha preso il ministero per i suoi dipendenti pubblici?

«Abbiamo lanciato hub formativi sul territorio: a Santena, nella casa delle vacanze di Cavour, abbiamo aperto un polo dedicato all’intelligenza artificiale. In Lombardia uno per la sanità, in Calabria per l’immigrazione, in Abruzzo per la ricostruzione. Abbiamo innalzato l’obbligo di formazione da 6 ore a oltre 40 ore annue».

Affrontiamo il nodo dei salari e dell’inflazione. Come intendete muovervi sui rinnovi contrattuali e sugli stipendi bassi?

«Abbiamo ereditato ritardi enormi, con tornate senza rinnovi per quasi otto anni. Nella legge di bilancio abbiamo stanziato 30 miliardi di euro per la spesa del personale. Abbiamo chiuso i rinnovi 2019-2021 e ora stiamo per chiudere quelli del 2022-2024. Per la prima volta abbiamo avviato i contratti della tornata 2025-2027 nel primo anno di competenza. Abbiamo previsto aumenti base del 6% sui tabellari, a cui si aggiungono le voci accessorie, arrivando per la tornata in corso a valori vicini al 12% di incremento complessivo».

Quali dipendenti pubblici hanno beneficiato ultimamente degli aumenti salariali?

«Come dicevo gli agenti della sicurezza: dovremmo chiudere a breve i contratti 2025-27 e sono altri 100 euro netti al mese in più. Gli infermieri del Pronto Soccorso hanno già ricevuto incrementi di 500 euro netti al mese. Spero in nuovi incrementi con i rinnovi dei contratti 2025-2027».

Negli ultimi tempi, sia nel pubblico che nel privato, c’è stata una retromarcia sull’uso dello smart working. Eppure secondo i dati Inps, ha dato una spinta alla natalità e ha consentito ai lavoratori di prendersi più cura dei propri famigliari. Lei è contrario al lavoro agile?

«Non ho pregiudizi ideologici, ma lo smart working deve essere gestito dal dirigente in funzione della misurazione della performance. L’obiettivo primario della Pa è erogare servizi di qualità ai cittadini e alle imprese. Se lo smart working aiuta a raggiungere questo scopo e migliora l’equilibrio del dipendente, è utile. Ma chi pensa che equivalga a stare a casa sganciati dagli obiettivi, sbaglia prospettiva».

Molti cittadini si lamentano dello Spid. Non pensa sia stato un errore farlo pagare? In fondo è un servizio essenziale per i cittadini…

«Costa solo 4 euro e la scelta non è stata del ministero ma dei provider. Però in futuro il sistema potrebbe cambiare. Stiamo lavorando a un sistema più evoluto “e-wallet”, un’applicazione digitale che sostituisce in modo sicuro i documenti cartacei, un’app che andrà oltre i confini nazionali».

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