Esce solo di notte, non riceve visite da giugno a settembre, mangia a km zero, non permette a nessuno di toccargli la faccia, la compagnia gli piace se poca e per poco. Come Mina, o Milan Kundera.
Se fosse un uomo, sarebbe centenario. Ha 31 anni, 5 in più di quelli che, in media, vive un cavallo. Ma lui è Varenne. Il fuoriscala. Il fuoriclasse. Il miglior trottatore di tutti i tempi. «Lunatico: le coccole le vuole solo quando decide lui, me le chiede appoggiandomisi addosso. Le volte che mi avvicino per accarezzarlo, invece, si allontana», dice Giovanni, 56 anni, tuttofare dell’allevamento LJ, a dieci minuti da Battipaglia, dove Varenne vive all’ombra dell’ultimo sole il terzo tempo della sua lunghissima vita, accudito e curato come se avesse ancora corse da vincere, record da battere, una storia tutta da scrivere. Invece, non ha che da mangiare, bere, trotterellare, prevenire le malattie, curare gli acciacchi, essere difeso dal tempo e accompagnato nel suo fluire. «Ormai guarda i cantieri», ha detto Geppi Cucciari pochi mesi fa.
L’INTERVISTA
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Le cinque persone che se ne prendono cura non venerano il campione, ma amano il cavallo. Un amore disinteressato, puro, senza premi e vincoli di produzione. Un amore che non serve a un traguardo perché è il traguardo.
«Siamo l’allevamento più emotivo d’Italia», dice Dario De Angelis, proprietario di questi 50 ettari in cui vivono 30 cavalli, tra cui 15 fattrici (le femmine che vengono inseminate artificialmente con sperma di stalloni, per far nascere i puledri da vendere alle scuderie che poi li fanno correre negli ippodromi). All’ingresso, due cagnolini grassottelli e affettuosi ci accolgono abbaiando poco, per protocollo, poi corrono a farci le feste al fresco di un lungo patio. In una teca bene in vista, c’è un presepe ambientato nell’allevamento. Il pupo di Varenne è al centro. Sul tavolo accanto, la macchinetta del caffè fumante e un vassoio di pasticcini. Dario si scusa per la mancanza delle mozzarelle. L’ospitalità familiare di un posto felice.
Quando Il Capitano è arrivato qui, due anni fa, aveva appena concluso la sua seconda vita, quella da stallone, anch’essa da record. Dal 2004 al 2024, il suo seme è stato venduto in tutto il mondo a cifre vertiginose (tra i 10 e i 20mila euro per monta), facendo nascere oltre duemila cavalli. Il suo primogenito, Italo Del Ronco, è stato venduto a 150mila euro. Enzo Giordano, l’ippofilo napoletano che è stato il suo proprietario storico, comprò Varenne nel 1998 a 150 milioni di lire. Lo vide durante una corsa andare “in rottura”, cioè passare dall’andatura di trotto al galoppo, e venire per questo squalificato. Il suo driver, però, lo portò sull’esterno del circuito e Varenne riprese a correre, recuperando tutto e arrivando secondo. Giordano se ne innamorò. E gli salvò la vita. Prima di lui, Varenne era stato di proprietà di un francese che, dopo esserci accorto che aveva un chip, un frammento osseo nel garetto, un difetto comune a molti cavalli, lo riportò in Italia a correre, per rivenderlo omettendo l’informazione di quel difetto, e liberarsene. Pensava, il francese, di truffare un italiano. Non immaginava di sbarazzarsi del più grande campione della storia dell’ippica.
Prima di arrivare qui, Varenne ha vissuto a Pavia e a Torino, dove la società che vendeva il suo seme ha truffato per centinaia di migliaia di euro allevatori che lo compravano, raccontando di esserne i proprietari per intascarsi le somme delle vendite.
Quando Enzo Giordano si è reso conto che Varenne doveva andare in pensione, tornare cavallo e basta, ha cercato un posto in cui farlo riposare, per ricompensarlo e accordargli il diritto all’improduttività. Ha incontrato Dario De Angelis a una premiazione intitolata proprio a Varenne, ha intuito che avrebbe potuto fare al caso suo, è andato a trovarlo, si è deciso anche perché, dice Dario, che gli è legatissimo: «Conosceva mio nonno, anche lui ippofilo e per una vita presidente dell’Anact (Associazione Nazionale Allevatori del Cavallo Trottatore, un ente parastatale che lavora con il ministero dell’Agricoltura, ndr)».
L’allevamento LJ ha una storia antica, iniziata nel 1937 per volere di Lazzaro Jemma, il nonno materno di De Angelis, che aveva 12 fratelli e, come Dario, un altro lavoro, l’imprenditore: aveva uno scatolificio che produceva barattoli di latta per i pelati. Il resto dei fratelli si dedicò, invece, alle mozzarelle (qui si produce la famosa “zizzona”). A Battipaglia c’è un detto: «Iemma: cavalli e mozzarella». Nessuno degli Jemma ha mai fatto, dei cavalli, un lavoro: è sempre stata una passione. Lo è stata per la madre di Dario e lo è ora per lui. Che ha 52 anni, si è laureato alla Bocconi, investe in start up. Qualche anno fa, quando suo fratello è morto, ha pensato che il solo modo per aiutare sua madre «a distrarsi, perché non potrà mai più divertirsi», fosse ripristinare la tenuta, farla rivivere, riempirla dei cavalli che lei ha sempre amato.
«In Svezia, in un allevamento meraviglioso che ho visitato, il 90 per cento del personale è femminile: ho scoperto che le donne hanno, con i cavalli, una dimestichezza speciale, unica. E allora ho assunto anche io una ragazza». Sara. Vent’anni. Ha una predilezione per Nina LJ, nata dal seme di Varenne, così come MariMari LJ. Spiega che non sono sorelle: i fratelli e le sorelle sono solo, nel mondo equino, quelli che condividono la madre, non il padre. Tra i cavalli vige il matriarcato: sono le femmine a comandare il branco. E sono le più forti: «Quando finisce lo svezzamento e separiamo i puledri dalle madri, i maschi piangono per una settimana e le femmine non fanno una piega. Piangiamo di più noi, quando diamo via un puledro siamo tristi per giorni. Perché noi li vediamo nascere e crescere, li pasciamo e curiamo come figli, cerchiamo di farli divertire e stare bene: solo i cavalli felici diventano campioni, e questo lo dicono un sacco di studi». Indica, mentre giriamo tra i box, tutti ampi e con doppia entrata, un paio di esemplari che hanno il mantello puntellato da cerchi: «Si chiamano rose, sono sintomo di benessere. Vede, sono tutti e tutte ben nutriti, forse anche un po’ cicciottelli, forse dovremmo dargli meno da mangiare ma come si fa? Qui produciamo tutto, il fieno e l’erba medica: vogliamo che il cibo sia genuino, lo facciamo controllare costantemente da agronomi».
Anche la dieta di Varenne è controllatissima. Giovanni gli porta da mangiare all’alba, a pranzo, all’ora del tramonto. Il suo veterinario, il dottor Eugenio Crudele, è un uomo di una dolcezza sconcertante. Suo padre disegnava gli ovali degli ippodromi. Entrambi, Giovanni ed Eugenio, dicono che Varenne ha un’intelligenza emotiva fuori dal comune, e di cavalli ne hanno visti, allevati, amati tanti. Le disposizioni di Enzo Giordano, che è morto due mesi dopo l’arrivo di Varenne qui, sono legge, pertanto da Varenne non si può entrare. Sono ammessi, non nei mesi estivi, i familiari di Giordano e qualche loro amico. Ogni tanto si fa eccezione per dei bambini. «L’anno scorso, c’era una ragazza con disabilità e sua madre mi ha chiesto se poteva toccare Varenne. Le ho detto di sì, ma di evitare la faccia, il muso, perché lui non lo sopporta. Però, quando quella ragazza gli si è avvicinata e gli ha accarezzato il collo, lui ha abbassato la testa. Le ha fatto capire che voleva essere accarezzato anche sul muso. E io ho pianto». Nell’altra sua vita, Giovanni guidava i cavalli nelle corse: ha smesso perché i proprietari volevano che li frustasse per farli andare più veloce.
Mi viene permesso solo di avvicinarmi al box di Varenne, intravvedo, da una delle due entrate, il suo dorso, mi viene in mente una poesia di Ted Huges che parla di un cavaliere che ha smesso di combattere e dice a un certo punto: «Il suo dorso sopravvive alla sua religione». Giovanni dice che, nel box di Varenne, quando fa caldo come oggi, ci sono tre ventilatori sempre accesi. Lo immagino come Marilyn Monroe, con un lieto fine.
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