Nel nord del Vietnam, lungo le rive del Fiume Rosso, decine di famiglie si preparano a lasciare le terre che coltivano da generazioni. Il governo ha infatti avviato la fase decisiva degli espropri necessari alla costruzione di un gigantesco complesso immobiliare da circa 1,5 miliardi di dollari, un progetto sviluppato con il marchio del presidente statunitense Donald Trump.
L’area interessata si trova nella provincia di Hung Yen e copre circa 900 ettari. l progetto prevede la realizzazione di un resort di lusso con alberghi a cinque stelle, campi da golf, ville esclusive, aree commerciali e strutture ricreative distribuite su un’area di enormi dimensioni. Per fare spazio all’intervento sarà però necessario sgomberare vaste aree agricole oggi coltivate da decine di famiglie. Oltre alla perdita dei terreni, molti residenti denunciano che l’esproprio comprometterà anche l’accesso ai cimiteri familiari, dove riposano gli antenati, un elemento di particolare rilevanza nella tradizione vietnamita, che attribuisce grande valore al culto degli avi e alla possibilità di prendersi cura delle tombe. Secondo i comitati locali, l’indennizzo proposto dalle autorità corrisponderebbe a circa un anno di reddito agricolo, una compensazione ritenuta insufficiente da numerosi abitanti, che per mesi hanno tentato di bloccare il progetto attraverso ricorsi e contestazioni amministrative.
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Per qualche tempo, l’iniziativa era rimasta impantanata in una lunga serie di ricorsi presentati dagli abitanti, che contestavano sia l’entità degli indennizzi sia la perdita di terreni dai quali dipende il loro sostentamento. Le autorità hanno ora notificato gli ordini di sgombero, chiarendo che, qualora gli interessati rifiutassero il risarcimento previsto, l’acquisizione delle proprietà potrà essere eseguita anche con il ricorso alla forza. Secondo le informazioni emerse finora, il compenso corrisponderebbe a circa un anno di reddito agricolo, una cifra che molti abitanti giudicano del tutto insufficiente rispetto al valore economico e sociale dei terreni perduti.
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Il caso va però ben oltre una controversia urbanistica. La rapidità con cui Hanoi ha deciso di sbloccare un progetto rimasto fermo per mesi appare strettamente legata al delicato momento attraversato dalle relazioni economiche con Washington. Negli ultimi anni, il Vietnam è diventato uno dei principali beneficiari dello spostamento delle catene produttive fuori dalla Cina. Molte multinazionali hanno trasferito nel Paese parte della produzione destinata al mercato americano, facendo esplodere le esportazioni vietnamite verso gli Stati Uniti. Questo successo industriale ha però prodotto anche un enorme squilibrio commerciale.
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Secondo i dati ufficiali vietnamiti, nei primi sei mesi del 2026 il surplus commerciale nei confronti degli Stati Uniti ha raggiunto oltre 75 miliardi di dollari, con un incremento di circa il 21% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un dato che ha rafforzato le critiche dell’amministrazione Trump, da tempo convinta che numerosi partner commerciali stiano beneficiando in modo eccessivo dell’accesso al mercato americano.
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Washington ha quindi aperto un’indagine commerciale nei confronti del Vietnam ai sensi della Section 301 del Trade Act, lo strumento che consente agli Stati Uniti di contestare pratiche ritenute scorrette e, se necessario, imporre nuovi dazi o altre misure restrittive. Tra gli aspetti oggetto dell’inchiesta figurano le violazioni della proprietà intellettuale, il possibile utilizzo di prodotti collegati al lavoro forzato e le politiche industriali considerate distorsive della concorrenza. Per Hanoi l’eventualità di nuove tariffe rappresenta uno dei principali rischi economici. Il mercato statunitense è infatti il più importante sbocco per l’export vietnamita e una stretta protezionistica potrebbe rallentare la crescita di un modello economico fortemente dipendente dalle esportazioni manifatturiere.
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È in questo scenario che il progetto immobiliare collegato a Trump assume una rilevanza politico-strategica. Il governo vietnamita sta cercando di mantenere un rapporto costruttivo con Washington, moltiplicando i segnali di apertura verso gli investimenti americani e accelerando iniziative che possano essere interpretate come un gesto di buona volontà nei confronti dell’amministrazione statunitense. Nei giorni scorsi, durante un incontro tra il ministro degli Esteri vietnamita Le Hoai Trung e il segretario di Stato americano Marco Rubio, Hanoi ha ribadito la volontà di concludere rapidamente i negoziati commerciali in corso e ha chiesto la chiusura dell’indagine statunitense, sostenendo di aver già adottato misure per rispondere alle preoccupazioni di Washington.

La controversia sul resort mostra così il prezzo che il Vietnam potrebbe essere disposto a pagare per preservare l’accesso privilegiato al mercato americano. Da una parte vi è l’obiettivo strategico di evitare un’escalation commerciale con gli Stati Uniti; dall’altra restano le proteste delle comunità locali, che vedono sacrificati i propri mezzi di sostentamento e il proprio patrimonio culturale in nome di un investimento percepito come funzionale soprattutto agli equilibri geopolitici ed economici tra Hanoi e Washington. Il destino di alcune centinaia di agricoltori finisce così per intrecciarsi con una partita molto più ampia: quella che vede il Vietnam tentare di difendere il proprio modello di crescita fondato sull’export, mentre gli Stati Uniti cercano di ridurre un deficit commerciale diventato sempre più difficile da giustificare sul piano politico.
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