«Non mi sono stancata di fare l’attrice, è un mestiere che mi piace ancora moltissimo. Però negli ultimi anni ho iniziato a interessarmi in modo più approfondito di quello che accade intorno a me, ho sentito il desiderio di condividere certi temi e problemi, di smettere di subire passivamente gli eventi».
Non è una folgorazione sulla via di Damasco, piuttosto un sentimento a lungo coltivato a cui Valeria Solarino ha deciso di dedicare una fetta importante della vita: «Bisogna manifestare, protestare, ognuno secondo le proprie sensibilità e attitudini. Nel momento in cui smettiamo di indignarci, smettiamo anche di credere nella possibilità del cambiamento»
A Lampedusa, nell’ambito del Festival «Il vento del Nord» (organizzato da Massimo Ciavarro, coordinato da Laura Delli Colli), ha presentato il suo breve documentario La solidarietà non è un reato, realizzato con Amnesty International.
È la sua prima regia, da dove nasce l’idea?
«Mi interessava far conoscere la storia di Sean Binder, avvocato e attivista accusato di aver partecipato a operazioni di soccorso di migranti e costretto a subire in Grecia un processo durato 7 anni. Se fosse stato condannato, rischiava 20 anni. Più che un documentario è un’intervista con musiche e immagini, sono stata contattata da Amnesty qualche anno fa e ho accettato di collaborare per dare più di visibilità alle loro iniziative».
Cosa l’ha colpita di Binder?
«Se il processo è andato avanti così a lungo non è casuale. Sean è stato assolto da tutte le accuse, ma quelle lungaggini sono servite a scoraggiare, rallentare, intimidire. È una tattica. Le attività di soccorso che lui e altri svolgevano sull’isola di Lesbo, per esempio, sono state smantellate» .
Che impressione le ha fatto la visita del Papa a Lampedusa?
«È una visita significativa, come lo era stata quella di Papa Francesco, che scelse Lampedusa come meta della prima visita ufficiale. L’isola è il luogo simbolo degli sbarchi, è importante che proprio in questo momento Papa Leone abbia deciso di venire qui. Non sono cattolica, ma la sua venuta, anche in quanto Capo dello Stato del Vaticano, ha un grande valore simbolico».
Perché sottolinea il valore del momento?
«Oggi in Italia si tenta di spostare l’attenzione dai problemi veri del Paese. Si preferisce concentrarla su una tematica molto seria, certo difficile da affrontare, come quella dei migranti, usata però come strumento di propaganda, da tutti i governi. È una cosa orribile. Si parla addirittura di “re-migrazione”, che non è altro che deportazione, sappiamo tutti che non è una soluzione praticabile. In generale, si tende ad alimentare l’odio nei confronti di chi arriva da un altro Paese o verso gli immigrati che già vivono in Italia da tempo. Si parla di emergenza, ma non è così. Il punto è l’accoglienza, se dipendesse da me, invece di mandare indietro i migranti, cercherei di convincerli a restare. Saranno loro a pagare, in futuro, le nostre pensioni».
Nel suo doc si dice che «il Mediterraneo è uno dei mari più mortali del mondo». È un’affermazione che colpisce.
«Sì, è inquietante, il Mediterraneo è il nostro mare ed è diventato il più pericoloso del mondo. Mi sto occupando anche del processo per la strage di Cutro, su quella spiaggia hanno perso la vita tantissimi afghani, almeno una trentina di bambini, perché non sapevano nuotare. Ho pensato a quand’ero piccola, a mia mamma che mi portava in piscina per imparare a stare a galla, i piccoli afghani non hanno mai avuto questa fortuna».
Come definirebbe questa fase della sua vita?
«È un momento di cambiamenti. In passato la visibilità mi imbarazzava molto, adesso ho capito che posso canalizzarla su qualcosa che ne ha meno. Per esempio, un appello su un attivista che viene criminalizzato come Binder».
Si è tagliata i capelli, gesto che, per le donne, è sempre significativo.
«È vero, in realtà li ho spesso portati corti, però ultimamente erano diventati molto lunghi e mi piacevano, ma ora va bene così, ricresceranno».
Quali sono i suoi progetti?
«Sto studiando un caso, quello di Modesta Valenti, l’anziana senza fissa dimora morta di freddo, senza ricevere soccorsi alla Stazione Termini di Roma, il 31 gennaio 1983. Dovrei farne un documentario per Fandango, si chiamerà come lei Modesta Valenti. Non conoscevo la sua storia, poetica e drammatica, ma mi ha toccato moltissimo, la sua fine ha provocato una mobilitazione, è stata creata una strada immaginaria. Chi non ha residenza può prenderla lì, in quella strada che non c’è. Avere un indirizzo significa poter usufruire della sanità, avere il diritto al voto, e anche alla pensione. È una cosa importante».
Si definirebbe ottimista, crede che il mondo migliorerà?
«Penso che la società civilesia molto più avanti di quanto si crede. Sono convinta che chiunque, davanti a una persona che sta in mare attaccata a un’asse di legno cercando di non affogare, senta l’impulso di aiutarla».
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