Che baccano, che putiferio, che polemiche. I giornali ne sono pieni, i social ribollono, e come al solito c’è chi la butta in politica. Se ti piace Odissea di Christopher Nolan sei di sinistra, prono al woke, adepto della correttezza politica, anche un po’ radical chic; se non ti piace sei di destra, tradizionalista, sovranista, giù le mani da Omero e basta con queste principesse achee che non hanno bianche le braccia e nemmeno la faccia. Eppure, in tutto questo can-can di dimensioni davvero omeriche, a quasi tutti è sfuggita una verità che, per essere paradossale, non è meno significativa.
Partiamo dall’inizio. Posto che i classici sono appunto tali perché ogni epoca li rilegge alla luce della sua sensibilità, e nemmeno l’Ulisse di Dante o quello di Monteverdi sono l’Ulisse di Omero, non c’è dubbio che alla base dell’interpretazione di Nolan ci sia una visione wokista. Ulisse è pentito di quel che ha fatto a Troia, reduce dal suo lunghissimo Vietnam mediterraneo di cui non capisce più le cause pur subendone le conseguenze; la tirata femminista di Anne Hathaway-Penelope sulle donne si potrebbe ascoltare pari pari in un’università californiana; Circe trasforma gli uomini in porci perché da porci si comportano anche quando sono uomini; eccetera, e anzi è strano che non ci sia l’episodio delle ancelle impiccate per aver amato i Proci. E tuttavia Nolan mostra un attaccamento, no, di più: una passione, anzi: un amore per Omero degno dei professori del liceo classico ancora gentiliano «in purezza», quando ci massacravano di Senofonte e Tacito (il tempo meglio sprecato delle nostre vite). Nolan ribadisce che alle origini della nostra civiltà ci sono quel mondo, quei miti, quelle parole così divine che si stenta a credere che le abbiano cantate degli uomini. Il suo è un atto di fede nel Canone occidentale, nella Tradizione, in quel passato remoto che continua a permeare la nostra visione del presente e la nostra immaginazione del futuro. Non solo per Omero, perché uno dei momenti più toccanti del suo bellissimo film (parere però di uno che di cinema capisce nulla, solo «mi piace/non mi piace» come nelle più sbrigative sentenze facebookiane) è dedicato al personaggio di Sinone, che non è affatto omerico ma di cui parla Virgilio nell’Eneide.

E qui, appunto, scatta il paradosso. Perché i classicisti alle vongole dovrebbero non criticare, ma idolatrare questo film. Quello che Nolan ci dice è che le storie di Omero, e di Virgilio, e di tutti quelli che hanno plasmato quello che noi chiamiamo Occidente non sono un relitto polveroso spiaggiato sulle rive della globalizzazione: sono, ancora e sempre, la materia di cui siamo fatti. Cambia il modo di leggerle, perché cambia il mondo e noi con lui; non il fatto che sette secoli prima di Cristo tutto era stato detto, l’uomo già raccontato, spiegato, psicanalizzato. Miglior omaggio all’eternità del mito non si poteva dare. Agamennone che sembra Batman (ma no, è Batman un Agamennone 2.0), Menelao che non è «biondo» come da epiteto ma pelato, e magari pure un Telemaco che recita meno bene di tutti gli altri: quisquilie e pinzillacchere, quando un film che canta Omero lo sta facendo scoprire a milioni di persone, e magari anche a chi finora, di Homer, conosceva solo Simpson.
CINEMA
Nolan tradisce Omero? “Odissea” è uno spettacolo visivo, ma convince solo a metà
CLAUDIA CATALLI

Personalmente (che volete, se appunto al Classico hai avuto una prof di italiano brava non le sfuggi più per tutta la vita), a me è venuto in mente uno poemetto di Monti, il Sermone sulla mitologia. Sì, lui, «Vincenzo Monti cavaliero/gran traduttor dei traduttor d’Omero», come lo sbeffeggiava Foscolo perché il cavaliero il greco lo sapeva poco, però quando leggi l’Iliade la versione più bella, mi spiace, è ancora la sua: «Cantami, o Diva, l’ira funesta…». Nel Sermone, Monti se la prende con i romantici, «audace scuola boreal», che vogliono mandare al macero i miti «di cui già fiorîr le carte argive». Polemica che oggi ci interessa pochino, ma a un certo punto a Monti scappa un verso splendido e definitivo, che va benissimo anche per Nolan e la sua Odissea: Omero «fu prima fantasia del mondo». Questo film ci conferma che è vero; che resterà la prima e la più bella finché il mondo ci sarà, e che continuerà a dargli un senso.
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