Vecchie ferite coloniali e le esitazioni dei sauditi

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Mercoledì, dopo il raid congiunto di Arabia Saudita e Usa sulle milizie sciite irachene, il ministro della Difesa di Riad, nonché fratello del principe ereditario Mohammed bin Salman, Khalid, ha incontrato il vicepresidente americano JD Vance. Il messaggio che portava poteva essere riassunto in una parola, de-escalation. L’ingresso nella guerra contro l’Iran può attendere. Washington e Gerusalemme attendono da cinque mesi. Il calcolo era lineare, all’alba di quel 28 febbraio. Teheran avrebbe risposto alla decapitazione della Guida suprema con tutte le sue forze residue, attaccato le basi americane nel Golfo, coinvolto i Paesi alleati dell’Occidente, che avrebbero reagito.

C’erano due elementi non presi in considerazione. Il primo era l’economia. I Pasdaran disponevano di 20 mila missili, non 1500. Hanno martellato con 9 mila proiettili l’intero apparato militare e infrastrutturale davanti alle coste e fatto collassare, oltre ai traffici di gas e petrolio, le economie dei vicini. Un solo dato, di ieri: il settore petrolifero saudita nel secondo trimestre 2026, rispetto allo stesso periodo del 2025, è calato del 24,7 per cento. Un collasso, e i sauditi sono quelli che se la passano meno peggio. Tutti, nel Golfo, hanno aperto canali riservati con gli iraniani. Gli emiratini hanno tolto le restrizioni sui viaggi tra i due Paesi, senza dirlo. L’Oman tratta sui pedaggi.

L’altro elemento è l’impatto delle immagini da Gaza sull’opinione pubblica araba, e anche sulla leadership. Non è tanto l’indignazione per i 73 mila morti. È l’umiliazione degli arabi. Un sentimento che appesantisce anche le stanze reali delle petromonarchie. Anche se sono divisi in decine di Stati, parlano 47 dialetti diversi, e un siriano fatica a capire un marocchino, gli arabi hanno comunque un sentimento di appartenenza. Si identificano nei gazawi. L’ha capito l’Iran. L’ha capito la Turchia. Le due potenze non arabe musulmane, spesso viste come ostili, ora si porgono come paladini della causa palestinese. Il tempo della rivolta araba contro gli ottomani, di Lawrence d’Arabia, è passato. Si preferisce ricordare l’aiuto dei turchi alla senussiya libica, alle insurrezioni contro il colonialismo. Quello è il “sentiment”. I dirigenti occidentali devono metterlo in conto.


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