
A piedi superando il muro elettrizzato che segna la frontiera, oppure via mare, nuotando dalle città di Fnideq o Belyounech, in gruppi organizzati e divisi per disorientare la Guardia Civil che controlla ogni ingresso. Li chiamano harragas, quelli che “bruciano” la frontiera. Sono i migranti che dal Marocco provano a entrare in territorio europeo, nelle due piccole enclave spagnole di Ceuta e Melilla. Tentativi che si ripetono ormai da anni, almeno dal 2005, quando i primi gruppi hanno eluso i controlli riuscendo a superare il confine. Da allora le crisi sono cicliche e i tentativi massicci sono stati spesso repressi nel sangue. Nel 2021 si stima che circa ottomila persone siano entrate a Ceuta in soli due giorni. All’epoca il Marocco fu accusato di aver allentato i controlli per ritorsione, perché la Spagna aveva consentito al leader del Fronte Polisario, Brahim Ghali, di curarsi in un ospedale di Madrid. L’anno dopo il film si ripete quando almeno duemila migranti, per lo più provenienti da Sudan, Sud Sudan e Ciad, entrano irregolarmente a Melilla. Ma il caso crea scalpore a livello internazionale perché negli scontri si registrano anche diverse morti. Amnesty International la definirà la “carneficina di Melilla”: almeno due gendarmi e 37 migranti perdono la vita, mentre gli scomparsi sono circa 77, tra cui diversi minori. Secondo un dossier dell’organizzazione, corredato di testimonianze, la repressione fu particolarmente violenta: a ridosso del valico di frontiera, i migranti erano stati colpiti con pietre, lacrimogeni e picchiati selvaggiamente sia dalle autorità marocchine che da quelle spagnole. Le autorità dei due Paesi hanno, infatti, un accordo diretto per il rimpatrio, per cui i migranti possono essere respinti solo se trovati al confine, nel tentativo di entrare, altrimenti una volta superata la frontiera, vanno accolti. Solitamente vengono portati temporaneamente nel Ceti, il centro di permanenza temporaneo di Ceuta, che ha circa 500 posti e poi eventualmente trasferiti in Spagna per valutare la richiesta di asilo. «Situazioni di questo tipo si sono già verificate in passato e tendono a ripresentarsi con un andamento ciclico», spiega Flavio Di Giacomo, portavoce dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim). Stando ai dati, fino al 26 luglio sono entrate nell’enclave spagnola dal Marocco circa 2.900 persone. «Si tratta del 18 per cento degli arrivi registrati in Spagna, che nello stesso periodo sono stati complessivamente circa 10.900, considerando gli ingressi via terra e via mare, escluse le Canarie», aggiunge Di Giacomo. «In un territorio molto piccolo come Ceuta, con una capacità di accoglienza limitata, anche poche migliaia di arrivi possono mettere sotto pressione il sistema e determinare un’emergenza organizzativa e umanitaria, come avvenne a Lampedusa nel 2023. Ma se si guarda al quadro nazionale ed europeo, non si può parlare di un’emergenza numerica. Anzi, la tendenza complessiva va nella direzione opposta: quest’anno gli arrivi via mare in Europa sono diminuiti di circa il 40 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025».
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