Trump, Putin, Xi: tre campioni de “Lo Stato sono io”

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«Lo Stato sono io». Le frasi più fortunate della storia, anche a distanza di secoli, spiegano il presente meglio di qualunque analisi. Quella pronunciata da Luigi XIV ci racconta di una tentazione che attraversa ogni epoca e produce i suoi aspiranti Re Sole. Il nostro tempo non fa eccezione. Certo, Trump non abita a Versailles, Putin non porta la parrucca incipriata e Xi non invoca il mandato celeste. Eppure tutti e tre fondano una parte decisiva della propria legittimità sulla stessa ambizione: essere contemporaneamente il volto della nazione e la mano che la guida. Capi di Stato e capi di governo, allo stesso tempo. In apparenza ruoli contigui, in realtà dimensioni del potere profondamente diverse.

Confondere queste cariche è una delle radici del caos geopolitico di oggi. Essere “capo di Stato” significa incarnare un’identità collettiva: una memoria, un intreccio di paure e orgogli che appartengono a un popolo. Il leader non la inventa, le presta il volto. Essere “capo di governo” significa invece trasformare quel patrimonio in politiche, riforme, decisioni, risultati. La prima funzione è uno specchio, la seconda un motore. Finché coincidono, il potere appare invincibile, quasi divino. Quando si separano, il Re si ritrova nudo. È il passaggio più delicato per ogni aspirante sovrano.

A ben vedere, sul primo terreno i tre monarchi assoluti del nostro presente se la cavano ancora piuttosto bene. Trump resta, nel bene e nel male, il riflesso di un pezzo d’America vero, che diffida della globalizzazione, pretende confini più rigidi, rifiuta il linguaggio woke e vuole essere rispettato senza dover fare il gendarme del mondo. Persino dopo i malumori seguiti all’Iran, tra la base Maga il consenso resta vicino all’87%: numeri da corte più che da democrazia in ambasce. Putin, a sua volta, continua a incarnare un sentimento ancora tenace e largamente condiviso: quello di una grande potenza mortificata dopo il crollo sovietico, una Russia accerchiata dall’Occidente, che reclama sicurezza e prestigio. Xi, il più abile dei tre, ha costruito il proprio potere sul grande racconto nazionale: il ritorno della Cina al centro della storia, la fine dei secoli delle umiliazioni, la stabilità e l’interesse collettivo elevati a valori superiori ai capricci dell’individualismo occidentale.

I problemi, però, cominciano quando lo specchio deve trasformarsi in motore. È qui che il Trump capo di governo arranca molto più del Trump capo di Stato. Alla Casa Bianca l’agenda politica ha ceduto il passo a quella simbolica, tra archi di trionfo made in Usa, fastose celebrazioni di un passato glorioso e il sogno di entrare nella storia con una scena degna del prossimo film di Nolan, che sia la conquista di Teheran o la pace in Ucraina. Un’ambizione di posterità più che di governo.

Putin affronta una versione meno spettacolare, ma non meno insidiosa dello stesso problema. Condurre una guerra è molto più difficile che raccontare un’operazione militare speciale. Le perdite umane hanno raggiunto livelli sconosciuti dalla Seconda guerra mondiale, l’economia regge a fatica, gli attacchi ucraini arrivano ormai regolarmente fino a Mosca. Per evitare il collasso servono reclutamenti sempre più aggressivi e rattoppi continui ai conti pubblici, mentre il gradimento ufficiale — sopra l’ottanta per cento fino a un anno fa — cede settimana dopo settimana.

Xi è il più strategico dei tre, e, almeno per ora, anche quello che regge meglio: tra intelligenza artificiale, autosufficienza strategica e controllo delle filiere, il suo è il progetto industriale più ambizioso del secolo. Ma mentre il governo costruisce la Cina del 2040, quella del 2026 continua a fare i conti con una crisi immobiliare irrisolta, una disoccupazione giovanile record e una natalità in caduta libera. Costruire una fabbrica di microchip è più facile che convincere un ventenne a mettere al mondo un figlio, e la risposta non può ridursi a maggiore sorveglianza, condita da qualche dose supplementare di “Pensiero di Xi” e un po’ di tempra confuciana per i momenti duri.

Tuttavia, non sono certo degli sprovveduti: Trump, Putin e Xi conoscono perfettamente la lezione di Luigi XIV. Sanno che «lo Stato sono io» funziona soltanto finché governo e narrazione continuano a sostenersi a vicenda. È per questo che, a corto di ricette politiche, ciascuno, per ragioni diverse, investe sempre di più nella scenografia del potere. Ma la storia non è mai stata sentimentale: prima o poi presenta il conto a chi confonde la realtà con la sua rappresentazione. La parabola del Re Sole e il triste destino toccato ai suoi eredi ricordano che il potere può sopravvivere a molte cose, ma non a chi scopre cosa c’è davvero dietro le quinte. Quando la scena non regge più, perdere la testa diventa molto più facile che perdere lo Stato.

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