Avevano studiato tutti e due al Cavour e la cosa più naturale, dovendo tornare a Torino, era di viaggiare insieme. Gian Paolo Ormezzano e Livio Berruti, una coppia che più torinese non si poteva, gli opposti che si toccano: facondia e riservatezza, l’irresistibile narrazione di GPO e l’understatement di un uomo diventato un’icona. Livio aveva appena vinto la sua Olimpiade, occhiali da sole, calzette bianche, zero esibizionismo. Nessun altro mezzo di trasporto poteva essere più adeguato alle circostanze e ai protagonisti della 500 “traballante” del giovane cronista di Tuttosport. Livio aveva ventuno anni e studiava chimica; Ormezzano era ai preliminari per diventare un fuoriclasse del giornalismo sportivo. Quel viaggio, è stato ricordato soprattutto per un dettaglio: Berruti aveva dormito dalla partenza fino a Genova.
Si direbbe il “sonno del giusto”, o in questo caso del campione e anche simbolico del carattere di un uomo eccezionalmente semplice, sguardo limpido, il rovescio della spavalderia, l’immagine stessa della «purezza olimpica», come ci dice Maurizio Damilano che esattamente venti anni dopo (nel 1980, a Mosca) ha vinto a sua volta l’oro, nella marcia. «L’ho incontrato tra il ’77 e il ’78, da ragazzino, quando facevo le prime gare regionali. Negli anni siamo diventati amici, quando sono stato eletto presidente del comitato regionale della Fidal e ho osato chiedergli di fare il mio vice. Mi ha detto sì, ed era sempre sereno e allegro. Per lui lo sport era libertà, purezza dell’anima, portare questi valori sulla linea di partenza».


Damilano aggiunge poi qualcosa in più che ha a che fare con la nostra storia. Quel ragazzo snello con gli occhiali che si lancia sul filo di lana dello stadio Olimpico di Roma, primo europeo davanti ai velocisti americani, rappresentava «il riscatto dell’Italia, era l’immagine di una gioventù che guardava con ottimismo al futuro del Paese e anticipava il miracolo italiano».
Tiziana Nasi, ex presidente della Federazione italiana sport Paralimpici, è stata però testimone diretta di quella vittoria: «Ero una ragazzina, con mio padre e mia madre, eravamo seduti in tribuna e dietro di noi c’era Jesse Owens, medaglia d’oro alle Olimpiadi del ’36 a Berlino… Quell’emozione mi ha accompagnato per tutta la vita». La signora Nasi, per tanti anni presidente degli sport invernali, ha però molti ricordi di Berruti. «Era un bravissimo archivista e gli ho chiesto se voleva occuparsi di riordinare l’archivio di Sestriere, sia sportivo che sociale, fotografie e documenti. Aveva un appartamentino a Cesana e ha accettato dedicandosi con passione. Era una persona speciale, amava la vita, mangiava come un orso ed era sempre magro. Ha messo su qualche chilo solo dopo il matrimonio…».

Ma come correva Livio Berruti? Ce lo racconta Giampiero Porqueddu, ex atleta, tecnico, docente di sport e anche lui variamente impegnato nelle associazioni: «Correva con scioltezza, aveva una grande sensibilità, una leggerezza assoluta. Qualcuno racconta anche che faceva allenamenti terribili, ma non è vero. Si è sempre allenato poco, ma direi con grande saggezza. Oggi sarebbe impossibile, oggi si allenano come disgraziati facendosi del male. Lo sport invece deve far bene alla salute». Porqueddu mezzofondista ha incontrato Livio per la prima volta a Bologna, nel 1960, ai campionati italiani: «Avevo diciott’anni, lui aveva da poco vinto l’oro olimpico, lo guardavamo con soggezione. Era arrivato con una magnifica Alfa Romeo Sprint bianca: lo ammiravamo molto».
Paolo Germanetto, valsusino, responsabile tecnico della nazionale di corsa in montagna, racconta un altro momento significativo della vita di Livio Berruti, ideatore della “Stellina”, corsa sui sentieri partigiani, tra Susa e Mompantero, dall’Arco di Augusto alla Borgata Costa Rossa, 14 chilometri, mille e seicento metri di dislivello. Qui si svolse la battaglia delle Grange Sevine, 1944, dove la Brigata “Stellina” di Giustizia e Libertà comandata da Giulio Bolaffi costrinse alla resa due compagnie nazi-fasciste. E fu proprio Berruti e proporre ad Alberto Bolaffi, figlio di Giulio e noto filatelico, di organizzare una gara sportiva invitando atleti delle nazioni belligeranti: dalla guerra alla pace, nel nome dello sport. La prima edizione fu fatta nel 1989; il 23 agosto è in programma la prossima, sarà dedicata con comprensibile emozione a Livio Berruti.
IL RICORDO
Livio Berruti, l’addio a Stroppiana: “Tornava sempre da noi, qui aveva imparato a correre”
Stefano Fonsato, Raffaella Lanza

A questo punto anche l’autore di questo articolo deve dare la sua testimonianza. Nel caldissimo luglio 1974 ero ricoverato al CTO (quinto piano, reparto professor Lorenzi, camere da tre e sei letti) per un intervento al ginocchio e tra i ricoverati c’era anche lui, per un problema alla caviglia. In un primo tempo ho pensato a una somiglianza e invece no, Livio Berruti in carne ed ossa era vicino a me. Si giocava a carte nelle interminabili ore d’ospedale, si chiacchierava, ci si augurava il meglio. Mai la minima ostentazione. Nessuno gli ha mai chiesto di ricordare quel giorno, ma credo che avrebbe risposto qualche anno dopo come ha fatto con Evelina Christillin e i colleghi dell’ufficio relazioni esterne della Fiat: «Mi sono cambiato le scarpe all’ultimo momento, tutto qui».
Al quinto piano del CTO era uno di noi, un uomo discretissimo, ma dal sorriso e dall’ottimismo coinvolgente. Era sempre quel ragazzo che dopo aver vinto le Olimpiadi si era addormentato sulla 500 traballante di GPO.
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