L’arresto, peraltro largamente annunciato, di Valter Lavitola non dipana l’intricata matassa del giallo dell’estate. Abbiamo ora, secondo la ricostruzione della Procura di Roma, i presunti esecutori materiali dell’attentato, il presunto intermediario, al momento in fuga, e il presunto mandante.
Sembrerebbe un’inchiesta chiusa, ma non è così. Al di là dell’ordinanza di applicazione della misura cautelare emessa ieri, molti sono i dubbi che restano da chiarire. Perché, su quella che a un primo impatto poteva sembrare una farsa plautina o una commedia degli equivoci, se non fosse che il giornalista Sigfrido Ranucci e la sua famiglia avrebbero potuto rimetterci la vita, si allungano ombre inquietanti. Che potrebbero riservarci nei prossimi giorni colpi di scena degni di un thriller di Nolan. O solo la «versione comica di un film di spionaggio», copyright Dagospia.
l’indagine
Arrestato Lavitola: contestato il metodo mafioso. In chat a Ranucci: “Premier fra due anni”
A CURA DELLA REDAZONE WEB

Nei corridoi della politica (e della Rai), si ricama da mesi sul ruolo del giornalista e dei compagni di merende che tra i tavoli del bistrot romano stavano immaginando e preparando la sua discesa in politica. L’impressione diffusa, nel tam-tam che coagula, e spesso inquina, politica e giornalismo, è che ci sia chi sta cercando spasmodicamente prove per dimostrare che Ranucci sapesse dell’esplosiva idea di Lavitola, o quantomeno che abbia volutamente voltato la faccia di fronte alle manovre del faccendiere. Illazioni, al momento.
Le fazioni pro e contro Sigfrido si fronteggiano. C’è dunque chi, sull’altra sponda, suggerisce che tutta l’operazione sia stata creata ad arte per minarne la credibilità, per liberarsi così di uno degli ultimi baluardi di resistenza nei palinsesti Rai, da sempre inviso a TeleMeloni. Il personaggio Lavitola, faccendiere di lungo corso e di amicizie pericolose, soprattutto a destra, si attaglia del resto a trame di ogni tipo e colore.
IL PERSONAGGIO
Da Berlusconi ai guai con la giustizia, le mille vite del giornalista rampante Lavitola

Attorno all’inchiesta, si aggirano corvi e spuntano tesi più o meno fantasiose: la mano di Putin e della guerra ibrida; i servizi segreti, che in queste storie non mancano mai; qualcuno insinua della “manina” di Lavitola in alcune inchieste di Report (intanto, nei corridoi di via Teulada, si sussurra di spaccature interne alla redazione sempre più accentuate).
Rai, politica, poteri occulti e ambizioni personali, racchiuse in quella chat finita agli atti nell’ordinanza: «E tra due anni fai il Presidente». Tutto si mescola e tutto sembra finalmente chiaro per poi tornare all’improvviso nell’opacità, nel porto delle nebbie che è la cifra del Paese.
Bomba distrugge le auto di Sigfrido Ranucci e della figlia davanti alla loro casa a Pomezia

L’arresto di Lavitola e la ricostruzione contenuta nell’ordinanza del Gip Iole Moricca spiegano oggi la dinamica dell’attentato e i ruoli dei presunti colpevoli, ma non fanno ancora piena luce sulle reali intenzioni e sul contesto nel quale è maturato. Il nome del presunto mandante appartiene a quella storia italiana nella quale giornalismo, politica, affari e relazioni personali si sono spesso intrecciati in modo opaco.
Non basta sapere chi avrebbe materialmente acceso la miccia il 16 ottobre dell’anno scorso a Pomezia, davanti a casa di Sigfrido Ranucci. Non basta individuare il presunto mandante. Bisogna capire il reale movente, la rete dei rapporti, il perché di quell’attentato e, soprattutto, se esistano altri livelli della vicenda ancora da scoprire.
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