Europa più sola senza lo scudo Usa

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L’era della solitudine strategica è iniziata. Lo confermano gli eventi delle ultime ore: gli Houthi hanno colpito ancora l’Arabia Saudita, danneggiando un F-2000 italiano. L’Italia valuta di mandare una nave a Bab el-Mandeb per proteggere i flussi commerciali. A Strasburgo, Mark Carney ha sostenuto che la dipendenza crea vulnerabilità. È proprio ciò che gli alleati stanno sperimentando con Trump: la protezione Usa non può più essere data per scontata. La sicurezza americana e quella degli alleati in Europa, Medio Oriente e Asia non coincidono più automaticamente.

Il fattore Trump è il catalizzatore di una trasformazione che era già in corso: gli alleati devono assumersi una quota maggiore della propria sicurezza mentre Washington ridefinisce priorità e impegni globali.

Per ottant’anni l’Occidente ha avuto una certezza: nel momento decisivo, l’America ci sarebbe stata. Oggi quella certezza si è incrinata. Il problema non è che l’America non difenderà l’Europa. È che l’Europa non è più certa che lo farà. La deterrenza dipende dalla certezza dell’alleato e dall’incertezza dell’avversario. Oggi aumenta l’incertezza dell’alleato e la certezza dell’avversario. È in questa zona grigia che la Russia mette alla prova l’Europa, per misurare quanto può spingersi oltre prima di una risposta. Droni, sabotaggi, cyberattacchi, interferenze e disinformazione servono a testare quel limite. Mosca non deve provocare una guerra: le basta capire cosa l’Occidente tollera senza reagire.

Nel Golfo, la vecchia equazione “petrolio contro sicurezza” non basta più. La presenza americana resta cruciale, ma può essere insieme scudo e fattore di esposizione, poiché le basi Usa possono trasformarsi in bersagli. I regni del deserto hanno capito che lo scudo americano è un parafulmine: protegge dai temporali, ma rischia di attirare i fulmini della guerra regionale. Per questo le monarchie del Golfo costruiscono altre relazioni accanto a quella con gli Usa, per diversificare la propria sicurezza. L’Intesa della Mecca, tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, è una di queste assicurazioni strategiche.

In Asia, Giappone, Corea del Sud, Filippine e Taiwan devono confrontarsi con una domanda un tempo impensabile: cosa accade se la risposta Usa a una minaccia non è garantita? L’incertezza cresce anche perché Washington dialoga con una Corea del Nord nuclearizzata e mantiene ambiguo il proprio impegno su Taiwan. Pechino può leggere questa ambiguità come un’opportunità.

Le incertezze sull’ombrello di protezione Usa riaprono una questione insidiosa, il nucleare e, con esso, la domanda cruciale: cosa garantisce il garante? In Europa si discute nuovamente di arma atomica, a Londra, Parigi, Berlino e perfino a Varsavia. In Asia, Seul e Tokyo riflettono sul rafforzamento della propria deterrenza. Nel Golfo, il nucleare civile acquista una dimensione strategica. La proliferazione dei dubbi può precedere quella delle testate.

Il collasso delle vecchie certezze crea un effetto domino globale: l’Europa scopre la sua fragilità militare, il Golfo la sua vulnerabilità energetica e strategica e l’Asia l’incertezza della deterrenza americana. Tre teatri diversi, un unico problema: la fine della sicurezza per procura. Nuovi accordi inter-regionali si affiancano alle alleanze tradizionali. Dalla geopolitica dell’incertezza nasce la geopolitica della ridondanza: più centri di sicurezza, capacità militari e alternative strategiche, per non dipendere da un unico garante.

Si compie il passaggio dal “Secolo Americano” a un’era in cui la sicurezza non ha più un solo pilastro. Non un mondo senza America, ma in cui l’America non è più l’unico garante. Per l’Europa la partita è costruire autonomia industriale, tecnologica e militare prima che l’incertezza diventi strutturale.

Ma il tempo è la variabile più scarsa: la solitudine strategica è già il presente che non abbiamo ancora imparato a governare.

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