Fouzi Lekjaa, il possibile nuovo premier del Marocco non si candida ma promette i Mondiali

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«La provincia di Benslimane avrà l’onore di ospitare la finale della Coppa del Mondo del 2030». La dichiarazione, che ha il sapore di una promessa da campagna elettorale, arriva da Fouzi Lekjaa, l’uomo forte del calcio marocchino, presidente della Federazione reale di calcio dal 2014, membro del Consiglio della Fifa e ministro delegato al Bilancio. Vicino al Palazzo reale e al presidente della Fifa Gianni Infantino, Lekjaa ha contribuito a trasformare il calcio in uno strumento della proiezione internazionale del Marocco. E ora assicura che la finale del Mondiale del 2030 si giocherà nel nuovo stadio Hassan II, un’imponente struttura in costruzione nella provincia di Benslimane, nella regione di Casablanca-Settat, circa 60 chilometri a sud di Casablanca. Destinato ad avere 115 mila posti e a diventare il più grande stadio di calcio al mondo, l’impianto è uno dei simboli del piano per i Mondiali supervisionato dallo stesso ministro.
La prossima Coppa del mondo è stata affidata dalla Fifa a Marocco, Spagna e Portogallo, ma sulla sede della finale non si sa ancora nulla. Il capo del governo Aziz Akhannouch ha risposto a Lekjaa invitandolo a non fare promesse su una decisione che deve ancora essere concordata, e la stessa Fifa ha definito «false e fuorvianti» quelle dichiarazioni.

Lekjaa, però, ha utilizzato il torneo come argomento elettorale, anche se il suo nome non compare nelle liste per le elezioni che si terranno il 23 settembre, quando saranno rinnovati i 395 seggi della Camera dei rappresentanti, la Camera elettiva del Parlamento bicamerale marocchino, paragonabile alla nostra Camera dei deputati.
A contendersi il primo posto saranno soprattutto i due maggiori partiti della coalizione uscente: l’Rni, il “Raggruppamento nazionale degli indipendenti”, formazione liberale, centrista e favorevole alle imprese, guidata da Akhannouch; il Pam, il “Partito dell’autenticità e della modernità”, formazione modernizzatrice, socialmente liberale e vicina alla monarchia alla quale ha aderito Lekjaa; e il partito vincitore avrà la possibilità di esprimere il prossimo capo del governo che sarà nominato dal re.

A luglio si era prospettata la possibilità di una candidatura del ministro, ma in seguito, pur avendo preso la decisione di iscriversi al partito avversario dell’Rni alle prossime elezioni, il Pam, Lekjaa ha annunciato che non si sarebbe candidato. La decisione, però, è stata seguita da comportamenti che hanno fatto pensare al contrario perché ha continuato a partecipare alla campagna elettorale e ai comizi, talvolta con una visibilità superiore a quella dei candidati effettivamente inseriti nelle liste. Il fatto determinante è l’iscrizione al partito, una mossa che, qualora il Pam vincesse le elezioni, potrebbe garantire a Lekjaa la nomina a capo del governo. La Costituzione marocchina, all’articolo 47, stabilisce infatti che il sovrano possa scegliere il primo ministro all’interno del partito arrivato primo alle elezioni. La Carta costituzione marocchina del 2011, approvata in seguito alle Primavere arabe, non impone che la persona nominata sia stata eletta al Parlamento: per il ministro è quindi fondamentale l’appartenenza al Pam, e non anche la presenza nelle liste.
Lekjaa però ha negato di coltivare questa ambizione: «Non ci ho mai pensato. La mia missione termina il 23 settembre; dopo, le prerogative tornano a Sua Maestà». E la sua risposta non chiude completamente la porta a questa possibilità, perché rimette la decisione nelle mani del sovrano. La questione principale è, dunque, che il Pam riesca ad arrivare primo nella competizione elettorale che vedrà scontrarsi i due principali partiti dell’attuale coalizione al governo da cinque anni. La sfida non contrappone due modelli radicalmente diversi: la monarchia conserva il controllo sull’indirizzo generale del Paese e i partiti si contendono soprattutto il compito di attuarne il progetto di modernizzazione. Oltre al Pam e l’Rni, il terzo protagonista è Istiqlal, storico partito nazionalista, monarchico e moderatamente conservatore, membro della coalizione uscente e terza forza nel 2021 con 81 seggi. Tra le possibili sorprese figura anche il Pjd, partito islamista moderato, crollato da 125 a 13 deputati cinque anni fa.

Una delle questioni principali delle prossime elezioni riguarda il voto dei giovani perché la disoccupazione giovanile sfiora il 28% ed è una delle ragioni del profondo malcontento che attraversa il Paese. Lo stesso malcontento è emerso nelle proteste degli ultimi anni e nella fuga verso Ceuta, quando circa 70 mila persone, in maggioranza giovanissimi hanno raggiunto l’exclave, spinte anche da notizie false circolate sui social e da una sentenza del tribunale spagnolo secondo cui chi fosse arrivato a nuoto a Ceuta e Melilla non avrebbe potuto essere respinto automaticamente.
Il salario minimo nel settore privato è di circa 3.423 dirham al mese, poco più di 300 euro. A questo si somma il fatto che il numero dei Neet in Marocco è elevato perché un giovane su tre non studia, non lavora e non fa formazione. E c’è anche una grande disaffezione alla politica: solo il 3% degli elettori registrati come votanti appartiene ai giovani nella fascia d’età tra i 18 e i 24 anni.

Fouzi Lekjaa potrebbe essere uno dei nomi della svolta: ha trasformato il calcio marocchino e potrebbe applicare lo stesso modello al Paese attraverso modernizzazione e grandi infrastrutture. La sua è l’ascesa di un ragazzo cresciuto a Berkane, città del nord-est vicina al confine con l’Algeria, nel quartiere Bayon in una famiglia della classe media, figlio di un insegnante di arabo conosciuto da generazioni di studenti. E da adolescente che giocava nella squadra locale, è arrivato prima ai vertici dell’amministrazione finanziaria, poi a capo del mondo del calcio e al governo come ministro.

I giovani marocchini vedono l’altra faccia della medaglia, ossia un Marocco che investe senza riuscire a garantire un’adeguata spesa sociale, in lavoro, sanità e istruzione.
E tra qualche giorno scopriremo se il “Ministro degli stadi” venuto da Berkane, «l’inossidabile» e il «pragmatico», perché «nel calcio come nella politica, l’essenziale è evitare il fuorigioco» – come aveva scritto il settimanale francese Jeune Afrique in un suo ritratto – diventerà il nuovo protagonista della politica marocchina, pur non comparendo nelle schede elettorali.

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