Il Cancelliere non riemerge dall’uragano

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Se c’è una cosa che bisogna riconoscere ai tedeschi è che di fronte alla disfatta non minimizzano, non edulcorano, non danno la colpa ai social, al meteo o altre avversità: la chiamano con il loro nome e la guardano in faccia. Così ha fatto ieri il cancelliere Friedrich Merz, quando di fronte a un risultato pessimo in Meclemburgo-Pomerania e così così a Berlino non ha esitato a usare la parola “disastro”, che è subito rimbalzata in tutti i titoli di giornale della Bundesrepublik dando il senso della giornata politica appena trascorsa (poco male che lui si riferisse solo al risultato peggiore, la percezione del disastro ha spazzato via la realtà dei numeri).

Il fatto che le due tornate elettorali non abbiano espresso una direzione univoca è un buon segno: l’AfD è andata benissimo in Meclemburgo, abbastanza bene a Berlino, ma in entrambi i casi non governerà. Governeranno invece formazioni composite ma solidamente democratiche. La Linke, che a Berlino ha la possibilità di governare insieme all’Spd e ai Verdi, non appartiene a quella corrente reazionaria della sinistra estrema che abbiamo visto mietere consensi in Sassonia-Anhalt. È un partito di stampo socialista, che guarda al rafforzamento dello stato sociale e a una società aperta: non ha la remigrazione nel suo vocabolario e ha la lotta all’antisemitismo iscritta a caratteri cubitali nella sua storia politica. Allo stesso tempo il denominatore comune tra le diverse forze più votate esiste, ed è il fattore “locale”: a Berlino ha vinto chi ha sollevato la questione del caro-affitti (Linke) e chi ha fatto campagna elettorale sullo scontento elettorale della parte Est, dove vivono cittadini che vengono dall’Europa orientale, e dove la presenza di profughi ucraini ha creato squilibri sociali tra le classi più disagiate (AfD). In Meclemburgo la situazione non è stata molto diversa da quella del Sassonia-Anhalt: ha vinto chi ha parlato all’Est frustrato e impoverito, non dagli stranieri (da quelle parti ce ne sono pochissimi), ma dagli effetti collaterali delle transizioni digitale e climatica che si sono innestate su un terreno già traumatizzato dalle riconversioni forzate degli anni 90.

Resta l’interrogativo su come mai i due maggiori partiti tedeschi, Spd e Cdu, non riescano a tirarsi su dal tappeto in cui finiscono a ogni nuovo round elettorale. Sbaglieranno persone, questo è molto probabile (succede ai partiti che vivono di incrostazioni e non scommettono sulle competenze, come dimostra la vittoria della Linke a Berlino), ma anche obiettivi, interlocutori, messaggi. E fanno scelte guidate dalla paura di perdere, più che dalla voglia di vincere. Un esempio la decisione di Merz di disertare il discorso all’Onu per restare a occuparsi degli affari interni: sicuri che sia il momento giusto per sottrarsi al confronto con gli alleati internazionali e evitare di rassicurarli sulla tenuta democratica della Germania? La sua strategia è abbastanza chiara: portare avanti le riforme e sperare che inizino a mostrare degli effetti positivi prima della fine del secondo mandato. Gli analisti economici citano lo scenario Schroeder come il più probabile: le riforme ingranarono ma il cancelliere perse le elezioni e il merito se lo prese Frau Merkel. In questo caso però, i dubbi che riescano a funzionare sono maggiori, perché maggiori sono le variabili (la crisi energetica, la guerra in Ucraina, l’avanzata dei cinesi, la cyberguerra che non conosce confini territoriali e inquina i dibattiti democratici). Se va male, in definitiva, non sarebbe neanche tutta colpa sua. In ogni caso il cancelliere – dimostrando una determinazione che gli va riconosciuta, anche se non si sa se si tratti di coraggio o di incoscienza – non intende dimettersi e ha chiesto agli uomini della Cdu di stringerglisi intorno. Lo hanno fatto, ma non è ancora chiaro se per sostenerlo o per mettersi in fila in vista di una successione.


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