Il saggio di Gentiloni per un’Europa sovrana

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Nell’Europa dei sonnambuli, per citare la celebre metafora di Christopher Clark, l’approdo inevitabile del nazionalismo è la guerra. La Grande Guerra, che molti nazionalisti salutano festanti, sarà innanzitutto guerra civile europea. Le macerie si accumuleranno per trent’anni, ma non a causa di interventi esterni. Saranno macerie tra europei. La visione nazionalistica finirà per incrociare le teorie di supremazia della razza. I massacri, primo fra tutti l’Olocausto, saranno perpetrati da europei contro altri europei.

Quegli stessi europei che nel frattempo erano diventati i padroni del mondo. Il suprematismo europeo è dunque l’altra faccia della medaglia del nazionalismo. Crolleranno, uno dopo l’altro, il nazionalismo e il colonialismo. E il loro crollo rilancerà l’ideale di un’Europa unita.

Proprio la guerra ha impresso al sogno federalista – e alla sua traduzione nella politica possibile – una tremenda accelerazione. Dalla carneficina scaturisce il «Mai più la guerra!», autentico grido fondativo dell’unione tra europei.

Tanto forte era la sua identificazione con la guerra che sono trascorsi diversi decenni perché il nazionalismo potesse riaffacciarsi sulla scena politica europea. È tornato a manifestarsi solo nel nuovo secolo e in coincidenza con i contraccolpi negativi, economici e culturali, della globalizzazione sulla classe media dei Paesi ricchi. Come ha spiegato Francis Fukuyama, «il nazionalista è in grado di tradurre la perdita della relativa posizione economica in una perdita di identità e status: sei sempre stato un membro centrale della nostra grande nazione, ma stranieri, immigrati e i tuoi stessi compatrioti dell’élite hanno cospirato per schiacciarti».

La carneficina della Seconda guerra mondiale, con decine di milioni di europei morti o costretti ad abbandonare le loro case, ha bloccato ogni velleità di usare la forza per unificare l’Europa. E una spinta ulteriore, decisiva, è venuta dal crollo dell’Unione Sovietica e dalla fine della divisione in blocchi. Finalmente il sogno non era più chiuso nei confini occidentali, diventava possibile unire l’intero Continente.

L’identità comune e l’aspirazione a unirsi hanno attraversato i secoli, coabitando lo spazio del Continente con identità nazionali più o meno forti, talvolta aggressive. L’Unione di cui facciamo parte è dunque il risultato, sempre imperfetto e spesso sotto attacco, di un percorso storico. Ma di quel percorso non rappresenta la conclusione. La sovranità europea ne rappresenta un passo ulteriore necessario.

L’identità europea nel corso dei secoli è maturata per differenza. Differenza dall’Asia, differenza dai barbari, differenza dall’islam, differenza dalle dittature. Tutte semplificazioni della realtà storica, naturalmente. Ma dotate di un fondamento.

Allo stesso modo, anche oggi il salto necessario dalla consapevolezza di un’identità comune a un principio di comune sovranità potrà realizzarsi solo per differenza. Solo “contro” qualcuno.

La prima, determinante, è la differenza con l’espansionismo della Russia di Putin che si è cristallizzata gradualmente nell’ultimo quarto di secolo in conseguenza del drammatico tramonto della grande illusione, fiorita con la Russia di Boris Eltsin, di un Paese in cammino verso la democrazia e di un’Europa che avrebbe potuto favorire quel cammino semplicemente intensificando le relazioni economiche e commerciali.

Non è stata un’illusione di breve durata. Nonostante la Georgia, nonostante la Cecenia, nonostante i chiari propositi revanscisti illustrati nel 2007 alla conferenza di Monaco da Vladimir Putin su come risollevare la Russia dalla catastrofe provocata da Gorbaciov, l’illusione si è protratta a lungo. In un certo senso è come se buona parte degli europei preferissero non vedere quel che era evidente e dichiarato. Les aveuglés, gli accecati, secondo la definizione dell’ex direttrice di Le Monde Sylvie Kauffmann.

L’illusione è crollata con l’invasione dell’Ucraina e la minaccia russa, finalmente percepita, è subito diventata un formidabile acceleratore di integrazione europea, oltre che di allargamento della Nato.

A favore di un’Europa sovrana gioca anche il nuovo ruolo ricoperto dagli Stati Uniti con Donald Trump. Di nuovo, per differenza. Trump, il suo vice Vance, le dichiarazioni di principio, come la recente strategia di sicurezza nazionale denunciano una presunta «cancellazione della civiltà» che sarebbe in atto in Europa e considerano l’Unione Europea come un nemico della libertà e della sovranità degli Stati.

Ce n’è abbastanza per trasmettere agli europei un messaggio di assenza e una sensazione di vuoto. Da riempire con una Europa potenza sovrana, capace di far fronte all’espansionismo russo nonostante l’assenza americana. Se il nemico è alle porte e il tradizionale alleato si tira indietro, la sovranità europea diventa un passaggio obbligato. E se il Paese guida del mondo libero rinuncia al suo ruolo, la responsabilità di occupare quello spazio alimenta l’ambizione europea.

Una terza, formidabile spinta a un’Europa potenza sovrana viene dal nuovo colonialismo estrattivo dei giganti dei dati. Giganti che, forti del loro strapotere e del sostegno di Washington, pensano di potersi muovere da padroni in Europa come le grandi compagnie delle Indie (inglesi, olandesi, francesi) facevano nelle colonie due o tre secoli or sono. E forse l’Europa ha capito di essere l’unico attore che può aspirare a interagire con questi giganti tecnologici per regolarli, collocandosi così in prima linea nella nuova trincea della democrazia a dimensione globale.

Sarà proprio questa opposizione a forze ostili, o comunque “straniere”, a spingere dunque verso una potenza europea sovrana, aprendo una fase nuova, dopo i secoli dominati prima dalle guerre tra religioni e dopo dalle guerre tra Stati nazionali. Questa fase nuova e senza precedenti non può certo cancellare l’enorme giacimento di identità plurali e di differenze che si è accumulato nei secoli in Europa. Al contrario, proprio il pluralismo costituisce il fondamento dell’identità europea.

La sfida è allora quella, affascinante, di un doppio livello di sovranità, o di sovranità sussidiarie. Capaci di trasformare le nostre differenze in forza. È probabilmente un privilegio dell’Europa, ha scritto il filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer, il fatto di aver saputo e dovuto imparare, più di altri Paesi, a convivere con la diversità.

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