C’è un dato, nelle simulazioni elaborate da Only Numbers sui dati delle intenzioni di voto realizzate per la trasmissione Porta a Porta, che merita di essere isolato dal resto e messo sotto una lente d’ingrandimento perché con la stessa identica distribuzione dei voti – centrodestra al 41,1% e centrosinistra al 43, 2% – il Rosatellum e lo Stabilicum produrrebbero due Parlamenti differenti nei numeri, ma non nell’esito politico. Infatti, con questi dati, nel confronto tra le due leggi elettorali, il “campo Largo” al gran completo resterebbe sempre la coalizione di maggioranza, tuttavia a cambiare in modo tutt’altro che marginale sarebbe invece l’ampiezza di questa maggioranza.

Con la legge elettorale in vigore dal 2022, il vantaggio del centrosinistra sarebbe di 12 seggi alla Camera e di 15 al Senato, mentre con la nuova proposta di legge elettorale, questo stesso vantaggio di voto si dilaterebbe fino a 78 seggi alla Camera e 40 al Senato. In questo senso, da un vantaggio di appena 2 punti percentuali si otterrebbe una rappresentanza parlamentare con un vincitore netto, in grado di governare con un’ampia stabilità. Questo non è un dettaglio tecnico da addetti ai lavori, ma è la sostanza stessa della domanda che ogni riforma elettorale dovrebbe porsi e che si traduce in quanto deve pesare il consenso reale espresso dagli elettori, e quanto invece il meccanismo che trasforma quel consenso in seggi? Il Rosatellum, con la sua quota di collegi uninominali maggioritari, tende a premiare le coalizioni ampie e coese su scala nazionale. Lo Stabilicum, riequilibrando la componente proporzionale, potrebbe restituire una rappresentanza più fedele al voto reale, anche se questa fedeltà rischia di essere accentuata, o addirittura distorta, dal premio di maggioranza, ottenibile solo dalla coalizione che superi – a oggi – il 42% dei consensi.
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Preferenze, soglia di sbarramento, premio e firme: cosa prevede la nuova legge elettorale
REDAZIONE WEB

In questa simulazione emerge con chiarezza l’importanza dei partiti al di fuori delle principali alleanze, e qui il riferimento va soprattutto a Futuro Nazionale e ad Azione. Il partito di Roberto Vannacci risulta ancora attrattivo per una quota significativa di elettori di centrodestra e, con il 7,4% rilevato dalle intenzioni di voto, otterrebbe 19 seggi alla Camera e 11 al Senato con il Rosatellum, che potrebbero diventare 24 e 12 con lo Stabilicum. Azione di Carlo Calenda, con il 3,3%, raggiungerebbe 8 seggi alla Camera e 1 al Senato con l’attuale legge elettorale, contro 11 e 5 con la nuova proposta. La riflessione che emerge da questi numeri è duplice. Da un lato, i partiti che si collocano fuori dalle grandi coalizioni sembrano essere i beneficiari più coerenti del passaggio allo Stabilicum: crescono in entrambi i rami del Parlamento, e nel caso di Calenda al Senato il salto da 1 solo seggio a 5 è proporzionalmente il più vistoso di tutta la simulazione. Dall’altro, per Giorgia Meloni la nuova legge elettorale rappresenterebbe un prezzo doppio perché, non solo la sua coalizione perderebbe seggi rispetto al Rosatellum, ma anche all’interno del centrodestra il non alleato Vannacci – che si posiziona proprio sul terreno identitario conteso con Fratelli d’Italia -, risulterebbe rafforzato più che proporzionalmente, sottraendo peso relativo al partito della premier nello stesso campo politico. È evidente che in caso di accordo tra il centrodestra e Futuro Nazionale questa alleanza garantirebbe alla coalizione un vantaggio in termini percentuali con entrambe le leggi elettorali accaparrandosi il massimo dei seggi distribuibili e blindando la governance. Basti pensare che, unendo aritmeticamente i consensi rilevati per le due liste, il centrodestra allargato a Vannacci supererebbe il 48% dei voti, ben oltre la soglia del 42% che fa scattare il premio di maggioranza. Un’ipotesi che ribalterebbe l’intero scenario qui descritto. In questo caso tuttavia, l’instabilità si presenterebbe non tanto nella capacità di vincere, ma in quella di governare con un alleato così “esuberante” all’interno della maggioranza.
Nel dettaglio dei partiti il salto più vistoso è quello attribuito al Partito Democratico, che alla Camera passerebbe da 63 a 111 seggi. Un balzo che dice più di molte analisi teoriche su come i sistemi elettorali distribuiscano il potere all’interno delle stesse coalizioni. Il fenomeno, del resto, non riguarda solo il centrosinistra perché guardando al peso di ciascun partito dentro la propria coalizione, la dinamica è perfettamente simmetrica. Alla Camera, Fratelli d’Italia passerebbe dal 38,8% dei seggi del centrodestra con il Rosatellum al 61,7% con lo Stabilicum, esattamente come il Partito Democratico salirebbe dal 33,2% al 50, 7% dei seggi del centrosinistra. Lo stesso schema si ripeterebbe al Senato. Un contrappunto curioso in questo esercizio matematico arriva da Forza Italia, che al Senato resterebbe fissa a 12 seggi in entrambi i sistemi. La nuova legge, insomma, non si limita a spostare seggi tra le due coalizioni, ma concentra il potere nel partito egemone di ciascun campo, comprimendo il peso relativo degli alleati minori anche quando questi ultimi guadagnano seggi in termini assoluti. È probabilmente da considerazioni di questo tipo che è nato tra i commentatori il soprannome “Melonellum”, coniato da chi ha letto la riforma come pensata per consolidare il vantaggio del governo in carica. I dati di questa simulazione raccontano, invece, l’esatto contrario, e sembrano quasi confermare quella sorta di superstizione che accompagna da sempre chi cambia la legge elettorale: il timore di perdere, alle elezioni successive, proprio con le regole che si è contribuito a scrivere. Uno strumento, insomma, che potrebbe rivelarsi un boomerang per chi lo ha voluto, capace di trasformare un vantaggio elettorale modesto in una sconfitta parlamentare netta. È un paradosso che dovrebbe indurre alla cautela sia i sostenitori più entusiasti sia i detrattori più netti della riforma.
Le leggi elettorali, per loro natura, producono effetti che raramente coincidono con le intenzioni di chi le scrive, e dipendono in modo determinante dai rapporti di forza del momento in cui vengono applicate, non da quelli immaginati al momento della loro approvazione. Su questo punto si dividono, legittimamente, due visioni della democrazia rappresentativa. Chi guarda con favore a una maggiore proporzionalità sottolinea che un sistema più fedele al voto reale riduce le distorsioni maggioritarie e restituisce dignità a ogni singolo voto, indipendentemente da dove sia stato espresso. Chi invece difende l’impianto attuale, o quantomeno una sua correzione più moderata, teme che un eccesso di proporzionalità renda più difficile la formazione di maggioranze stabili, aprendo la strada a governi meno coesi o a trattative post-elettorali più lunghe e opache. Sono argomenti che meritano di essere ascoltati entrambi, senza appiattire il dibattito sulla convenienza di parte del momento. C’è infine un’avvertenza che la stessa simulazione richiama e che vale la pena ribadire con la stessa insistenza con cui si sono diffusi i numeri: il testo dello Stabilicum non è ancora legge. Modificato dal Senato il 15 settembre rispetto alla versione approvata dalla Camera in luglio, dovrà affrontare una terza lettura a Montecitorio a partire dal 28 settembre, e nulla esclude che emendamenti ulteriori possano cambiare, anche sensibilmente, gli scenari qui descritti. Prima di trasformare questi numeri in certezze di vittoria o di sconfitta sarebbe saggio ricordare che si tratta, appunto, di una simulazione che fotografa un possibile epilogo, ma non ne garantisce nessuno.
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