Si faccia avanti, se c’è, chi con coraggio temerario oserebbe definire politica il campionato elettorale iniziato in questa domenica di settembre, seguita minuto per minuto dai vari campi. A Roma gioca Giorgia Meloni e, già in modalità performante, annuncia a menti ardite e cuori audaci il divieto di burqa e il tetto per gli studenti stranieri a scuola, misura tra l’altro piuttosto difficile da attuare. Si capisce che l’obiettivo è togliere la linea alla telecronaca di Orvieto dove quella compagnia malvagia e scempia del Generale Vannacci si autocelebra come «letame da cui nascono i fiori». Vedrete che, con la dinamica del voto utile, parecchi petali rinsecchiranno.
Però c’è da seguire anche Pontida, mai vista così zeppa di veleni e cori discordanti. Lì Matteo Salvini annuncia un congresso a sorpresa per fare piazza pulita dei suoi oppositori, rinsaldarsi in sella e fare le liste. Poi c’è Milano, dove rumoreggiano le fanfare cosiddette pacifiste di Giuseppe Conte, che sull’Ucraina non deflette, guarda caso proprio in concomitanza dell’offensiva di Putin. A Parma i sussurri testardamente unitari di Elly Schlein. Diversamente dagli altri leader al comando, lei ha il problema delle correnti e quindi il gioco è meno spumeggiate.
a pontida
Lega, Salvini: “Ora un congresso straordinario per confermarmi alla guida. Poi tutti zitti”

Insomma, sembra che si voti domani mattina quando invece, al più presto, sarà aprile o al più tardi settembre dell’anno prossimo. Ben sette mesi o un anno, non giorni o minuti. Per un cittadino normale, nella sua percezione del tempo, sette mesi o un anno sono un’eternità. In questo lasso di tempo possono succedere molte cose. Possono finire o aumentare le guerre, aggravarsi o risolversi le crisi, salire o scendere i prezzi della benzina. E la possibilità che accada il miglioramento o il peggioramento non dipende dalla Dea fortuna o dal destino cinico e baro, ma proprio dalla politica. Il suo compito sarebbe quello di utilizzare il tempo per creare le condizioni affinché un auspicio diventi realtà. Avere chiaro un orizzonte e, quantomeno, provarci.

E invece la dice lunga questa concezione del tempo delle attuali classi dirigenti, per cui tutto è immediato, qui ed ora, anche ciò che accadrà tra mesi. Un eterno presente, uguale a se stesso, che fagocita tutto, in attesa del successivo attimo di frenesia. Non è un “tempo politico” che ha a che fare col futuro – parola assente dalla discussione pubblica – da pensare e costruire, misurandosi con la realtà. È un tempo “loro”, rapportato al loro destino: se vengono rieletti, se vanno o tornano a palazzo Chigi, se vincono le elezioni. Racconta di un’ansia e di una fragilità: non si cimentano col progetto, ma chiedono conferma, sempre e comunque, sul terreno della propria identità. E, infatti, rivedete alla moviola i messaggi tramessi. Molte bandiere di parte, poco Paese.
È la storia di una politica separata e autoreferenziale che affoga nella ricerca del consenso il bisogno di senso, proprio nel momento in cui andrebbe dato un altro senso a questa storia, tra venti di guerra, rischi di shock petrolifero, gasolio a 3 euro a litro quasi e inflazione galoppante. Potremmo stare qui a dilettarci nel dopo partita, per dire che a Giorgia Meloni stanno franando gli alleati, tra un Capitano che teme la deriva e l’altro che scivola sulle donne. Chissà cosa avrà pensato Marina Berlusconi sull’immaginario da anni Cinquanta evocato. Oppure dedicarci a quell’armata brancaleone del campo largo, che va “senza meta”, ma “dall’altra parte” rispetto al governo. O alle estreme che condizionano l’uno o l’altro schieramento.

Ma forse, il miglior commento di giornata è racchiuso in una domanda: dov’è l’Italia? Se si toglie l’audio ai comizi, forse si riesce a sentire il rumore delle sue inquietudini. Se invece come probabile sempre più gente cambierà canale, le analisi sull’astensionismo e sulla crisi della democrazia le scrivano lor signori partendo da una sana autocritica.
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