La pistola è diventata una risposta plausibile. Alla paura, all’impotenza, alla sensazione che lo Stato non basti, alla convinzione che dentro casa propria possa valere una legge diversa da quella che vige fuori.
Un cortocircuito che torna prepotentemente a galla nel giorno in cui a Baldissero d’Alba un uomo rovescia un intero caricatore addosso a una banda di ladri uccidendone uno.
Per i magistrati della procura di Asti è omicidio volontario. Chi ha sparato non è stato aggredito né minacciato, i ladri stavano scappando. L’arma è regolarmente detenuta ma non avrebbe dovuto trovarsi in quel cascinale.
Da questi elementi – in buona parte ancora da accertare – dovrebbe cominciare la discussione, non finire chiusa da due parole lapidarie: legittima difesa. Dove si trovavano le persone, quanto grave il pericolo, se fosse ancora attuale, quanti colpi siano stati sparati e in quale direzione, se esistesse un’alternativa, quale fosse l’intenzione di chi ha premuto il grilletto. Dettagli? Per niente, lì si gioca la differenza tra una reazione consentita dalla legge e un omicidio. Invece una parte del Paese, della sua classe politica, e peggio ancora delle istituzioni sembra avere già emesso la sentenza. Innocente, comunque vada. Vittima, comunque siano andate le cose. C’è un ladro, c’è un proprietario, c’è una pistola: il proprietario ha sempre ragione, se spara e uccide la responsabilità morale è di chi ne ha violato la proprietà, senza valutare l’eventuale sproporzione tra azione e reazione.
Baldissero d’Alba dista poco più di 20 chilometri da Grinzane Cavour, là dove il 28 aprile 2021 il gioielliere Mario Roggero reagì a una rapina inseguendo tre uomini in fuga, sparando e uccidendone due. La Cassazione l’ha condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per omicidio volontario. Una parte della classe politica ne ha fatto la vittima di uno Stato che non sa difendere i propri cittadini e finisce pure per punirli quando si fanno giustizia da sé. Eppure quella sera i banditi stavano scappando: Roggero, la sua famiglia, il suo negozio, non erano più in pericolo. Stabilire se Roberto Mollo lo fosse sarà compito dei giudici. Definire i capisaldi del diritto alla sicurezza e soprattutto i confini del diritto all’autodifesa spetta invece al Parlamento e alle classi dirigenti, se non fossero troppo impegnate ad avvelenare il dibattito pubblico a colpi di slogan.
Il Paese vive una contraddizione che meriterebbe meno parole d’ordine e più numeri. Nel primo semestre di quest’anno i reati denunciati sono diminuiti del 10% rispetto allo stesso periodo del 2025. I furti dell’11,4%, le rapine del 12,3. Eppure la spirale della paura – o la sua percezione – non sembra seguire la stessa curva. Secondo il Censis tre italiani su quattro pensano che negli ultimi cinque anni sia diventato più pericoloso girare per strada, quattro su dieci dichiarano di aver rinunciato almeno una volta a uscire per timore di essere aggrediti. Questa paura non è inventata. Per chi li subisce, un furto, una rapina, un’aggressione non sono statistiche. Sono traumi. Ma proprio perché la paura è reale il discorso pubblico non può trasformarla in una generalizzata licenza di difendersi da sé. La domanda forse non è se bisogna stare con il proprietario o con il ladro, piuttosto che cosa succede in una società sempre più impaurita e arrabbiata, alla ricerca di colpevoli cui addossare la responsabilità della propria condizione – economica o sociale – e nella quale milioni di persone detengono legalmente un’arma. Possedere un’arma, o autorizzare qualcuno a tenerla in casa, significa mettere in conto che possa essere usata. Per questo tra «sparare è sempre giusto» e «chi spara è sempre colpevole» ci dev’essere lo Stato di diritto. Che non nega la paura, non condanna chi la prova ma non consegna nemmeno a nessuno il diritto di trasformarla in una sentenza.
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