«Il team favorito per l’America’s Cup? Luna Rossa». Spiazzante Matteo de Nora, il team principal di Emirates Team New Zealand. È l’uomo da battere per il team italiano, è il manager che insieme con il Ceo Grant Dalton ha guidato i Kiwi a vincere le ultime tre edizioni della Coppa, che oggi difendono: non era mai successo nella storia del Graal della vela. Ma è anche l’uomo che ha contribuito a portare l’America’s Cup per la prima volta in Italia, a Napoli, dove oggi si aprono le regate preparatorie (sino a domenica). Un assaggio dell’America’s Cup che verrà nel 2027. Un personaggio, de Nora. Ha origini italiane: è figlio dello scienziato della chimica Vittorio de Nora, lo zio Oronzio è stato il fondatore delle Industrie De Nora e l’inventore della formula dell’Amuchina.
De Nora, oggi si aprono le regate preliminari a Napoli, che ospiterà l’America’s Cup nel 2027. Come vanno le cose sotto il Vesuvio?
«Ho molto rispetto per il sindaco Gaetano Manfredi, che vuole fare bene. Non è semplice, non è che di colpo si possono rifare le strade, aprire nuovi alberghi, costruire una rete ricettiva adeguata. Ma non sono pentito della scelta di Napoli. Anche perché se c’è una città che ha inventiva è proprio questa. È evidente che la Coppa si farà, anche se, ripeto, non sarà semplice. Penso che tutti noi dovremo imparare ad abbracciare Napoli così com’è e con la sua cultura».
Il tifo locale sarà per Luna Rossa, lo sa?
«È normale, lo abbiamo previsto. In Nuova Zelanda tre su quattro facevano il tifo per noi, le altre squadre lo sapevano e lo hanno accettato. Non è un problema».
Siete i detentori della Coppa, il team da battere: come la vede sul campo?
«Noi siamo ok. Il team migliora costantemente, anche se il vantaggio tecnologico che abbiamo avuto negli anni precedenti sugli avversari con l’introduzione dei foil, le appendici che hanno fatto volare le barche, si è assottigliato. Siamo solidi, ma abbiamo anche meno spazio per fiorire: gli avversari si avvicineranno di più a noi…».
Avete vinto le ultime tre edizioni. Qual è il segreto?
«La cultura, il senso della squadra. C’è Dalton, il Ceo, che fa direttore d’orchestra, ma la struttura è molto orizzontale, senza tanta gerarchia».
Avete perso, però, il vostro timoniere fenomeno, Peter Burling, ora su Luna Rossa.
«Voleva essere pagato di più e voleva essere libero di fare altri eventi. Detto questo, non è come togliere Verstappen alla Red Bull. E poi, è proprio nella cultura Kiwi lanciare nuovi giovani».
Come vede Luna Rossa?
«È la favorita. E penso al suo patron, Patrizio Bertelli: se vincesse la Coppa in un certo senso lo meriterebbe. Per la passione: è alla sua settima campagna, ottava con il ritiro del 2017».
La Coppa è cambiata. Batterie elettriche a bordo al posto degli uomini…
«Spero siano solo una fase. La vela può essere super tecnologica, ma l’energia va sviluppata dalla natura o dall’uomo».
Un’edizione ogni due anni…
«Somiglierebbe sempre di più alla F1 o alla MotoGp e c’è il rischio che così perda fascino e unicità. C’è una ragione perché Wimbledon resta Wimbledon».
L’obbligo di avere almeno una donna a bordo.
«Sulle donne ho cambiato idea. È giusto, ma non che sia obbligatorio».
Dal vincitore che decideva tutto a una nuova governance dei team.
«Bisognava venire incontro alle nuove realtà, però il passaggio si sarebbe potuto gestire meglio con più collaborazione tra squadre».
Vale sempre il detto «vince la barca più veloce»?
«Credo di sì. La barca più veloce e anche quella che non si rompe».
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